Dubbi o richieste di

chiarimenti e/o interpretazioni?

Scrivi a Carlo Oriani!  

 

NOTA BENE: ricordiamo che, nei quesiti,

è indispensabile indicare almeno la Regione

 

A causa di gravi problemi informatici del mio hardware (risolti solo oggi 12 ottobre 2005), alcune delle e-mail che mi sono state inviate sono andate perse, al pari di alcune risposte; per poter verificare la ripresa della normale attività, chiedo a tutti coloro che si rivolgono a questo ufficio di richiedermi la conferma di ricevimento dei quesiti e di inviarmi le conferme delle risposte ai quesiti stessi. Pertanto, in caso qualcuno non avesse ricevuto risposta, mi scuso e chiedo la cortesia di richiedermela nuovamente.

Grazie a tutti. Carlo Oriani

 

  Relazione Dott. Carlo Oriani al Convegno di Saronno del 23-24/06/2005

"L'attività di polizia amministrativa quale funzione di prevenzione"

 

 

 

 Legge 251/2005: Modifiche al codice penale 

 

 

 

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  Quesiti e risposte

 
 

Quesito: Caro collega, leggo sul sito UNPISI di problemi che hai avuto con la posta elettronica.

Ti invio nuovamente questo messaggio, in modo da sottoportelo nel caso in cui non lo avessi ricevuto, e ti chiedo la cortesia di una risposta quanto più rapida possibile, dato che alcuni colleghi stanno attendendola: peraltro, penso che sia un'occasione per fare chiarezza sulla responsabilità e le funzioni del T. d. P. Ti informo che sto ancora attendendo, da quasi tre mesi, non tanto da te quanto dai nostri massimi dirigenti nazionali, un intervento (nei confronti dell'A. U. S. L. n. 5 "Spezzino" della Spezia) e/o un parere (diretto alla R. S. U. mio tramite) sul problema dell'impiego di personale  non abilitato in alcune funzioni proprie (almeno secondo me) del T. d. P., sulla base del materiale (lettere) che vi ho inviato: la cosa, come ho già detto a Gianluca, non mi piace per niente. Chi, se non l'UNPISI, associazione maggiormente rappresentativa, in mancanza di un collegio o ordine professionale, può intervenire su una materia così delicata, prima di giungere a denunce penali per esercizio abusivo di professione nei confronti di poveri lavoratori in buona fede e illusi da dirigenti aziendali e da qualche sindacalista di poter così fare carriera? Purtroppo, non esistendo una struttura locale UNPISI (fatto salvo per un delegato regionale assolutamente latitante), qui non sappiamo a che santo votarci. Ti saluto cordialmente.

Marco Cappelli 

ECCO IL QUESITO:

Caro Carlo, sollecitato da discussioni sorte tra colleghi dell'A. U. S. L. n. 5 della Spezia, ti pongo questo quesito: la formulazione del parere igienico-sanitario, mediante sopralluogo, finalizzato al rilascio di un'autorizzazione sanitaria ai sensi dell'art. 2 della legge n. 283/1962, spetta al medico e al veterinario, per le materie di rispettiva competenza, o al Tecnico della Prevenzione della relativa Unità Operativa?

Ricordiamo che l'art. 25 del D. P. R. n. 327/1980 stabilisce chi rilascia l'autorizzazione (organo delle regioni, comune o consorzio di comuni attraverso le USL), e non chi emette il parere sanitario. È invece più preciso l'art. 29 del Regio Decreto n. 3298/1928 a proposito del rilascio delle autorizzazioni sanitarie alle macellerie: l'autorizzazione viene rilasciata dal comune "in seguito ad accertamento del veterinario comunale" sull'idoneità igienica dei locali.

Penso che si debba poi far riferimento al Decreto Ministeriale n. 58/1997.

Il Tecnico della Prevenzione, secondo l'art. 1 , comma 2, "svolge attività istruttoria, finalizzata al rilascio di autorizzazioni o di nulla osta tecnico sanitari per attività soggette a controllo". Che cosa significa "attività istruttoria"? Essa comprende anche il sopralluogo e la formulazione del parere, o è una funzione di carattere amministrativo? In tal caso, però, non avrebbe senso citarla tra le competenze del T. d. P. Andando avanti, il comma 3, lettera a), recita che il T. d. P. "formula pareri nel campo delle proprie competenze". Sempre nell'ambito delle proprie competenze, secondo l'art. 1 il T. d. P. "è responsabile .... di tutte le attività di prevenzione, verifica e controllo in materia d'igiene e sicurezza ambientale nei luoghi di vita e di lavoro, di igiene degli alimenti e delle bevande, di igiene e di sanità pubblica e veterinaria".

È questa responsabilità, coniugata con quanto detto precedentemente, che mi fa propendere per la competenza del Tecnico della Prevenzione a formulare pareri per il rilascio delle autorizzazioni sanitarie di cui all'art. 2 della legge n. 283/1962 (e direi anche di quelle per le macellerie, se non fosse per l'art. 29 del citato R. D. 3298/1928).

Sappiamo che nelle diverse Aziende sanitarie e Unità Operative i comportamenti sono diversi. In alcuni casi, l'incombenza è a carico del personale medico, in altri è affidata, come tutti gli altri compiti, ai T. d. P. (e qui qualcuno si interroga sul ruolo del medico nei servizi di igiene alimenti e nutrizione). Secondo un'altra ipotesi, il T. d. P. effettua il sopralluogo riferendo al medico dirigente, il quale formula ufficialmente il parere. Sarebbe il caso di chiarire definitivamente il problema. Nella stessa ottica sarebbe utile chiarire se il T. d. P. sia titolato a partecipare, presso i Comuni, alle Conferenze dei Servizi (sportello unico per le Imprese), formulando in quella sede i pareri di competenza dell'Unità Operativa di appartenenza. Ti chiedo una risposta quanto più sollecita possibile, dato che il problema ha proprio in questi giorni, per alcuni colleghi, una ricaduta pratica molto importante e urgente. Ti ringrazio e ti saluto cordialmente.

 

Marco Cappelli 

 

Risposta: Carissimo Marco, spero che tu possa leggere questa mia risposta: vorrebbe dire che i miei problemi di posta elettronica e di PC sono finalmente terminati.

 

Primo punto: la delicata questione che tu mi sottoponi e che hai sottoposto agli organi nazionali dell’Associazione non è finita, per quanto mi è dato sapere, nel dimenticatoio, ma ha risentito delle vicissitudini degli ultimi mesi, segnatamente il ricorso (temerariamente) inoltrato dall’A.I.Te.P., tendente a far ritirare il decreto che ci riconosceva quale Associazione più rappresentativa della categoria. Ora­, fortunatamente, la richiesta di sospensiva in via d’urgenza non solo è stata rigettata, ma anzi i Giudici del T.A.R. del Lazio hanno giudicato irricevibile il ricorso stesso.

Detto questo ribadisco che un convegno appositamente organizzato potrebbe aprire la strada ad altre azioni concertate fra tutti i Colleghi.

 

Secondo punto.

Francamente speravo che non sussistessero più dubbi sulle competenze dei Tecnici della Prevenzione, ma devo constatare che, proprio di recente, sono sempre più frequenti sia i dubbi sia i tentativi di limitare l’azione dei Colleghi.

Il Decreto Ministeriale 58/97, come ho già avuto modo di sostenere svariate volte, altro non ha fatto se non riassumere, in una figura univoca su tutto il territorio nazionale, tutte quelle funzioni che già in precedenza erano espletate da figure professionali variamente denominate; in altre parole si è trattato di un atto che ha denominato in modo unico una determinata figura professionale cui sono affidati determinate funzioni.

Sottolineo trattasi non già di mansioni bensì di funzioni; i due vocaboli non sono assolutamente sinonimi, poiché le mansioni sono proprie di una figura professionale non dotata di autonomia funzionale, mentre, al contrario, chi espleta funzioni ha una propria autonomia funzionale.

Nel caso specifico, rientra o no nelle funzioni e nell’autonomia il rilascio di un parere igienico-sanitario finalizzato al rilascio dell’autorizzazione sanitaria?

A mio modesto avviso questo è senza dubbio un campo di attività che rientra nell’ambito di competenza del Tecnico della Prevenzione. Cercherò di spiegarne i motivi e le motivazioni che sono alla base di questa mia posizione.

Iniziamo col dire che il Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro è inserito fra le Professioni Sanitarie (senza aggiunta di aggettivo qualificativo alcuno tipo “Ausiliarie” o di allocuzioni negative tipo “non mediche”) e, pertanto, in grado di emettere pareri igienico-sanitari, nell’ambito delle proprie competenze, beninteso.

Il problema, se mai, è stabilire un limite a questa competenza.

Taluno, nel fissare il suddetto limite, fa riferimento alla figura del Responsabile del Servizio cui tutto è demandato come ultima e decisiva istanza e, consequenzialmente, identificato come l’unica figura che può formulare un parere (mi suona molto come la semplice trasposizione della figura dell’Ufficiale sanitario e del Vigile Sanitario nelle nuove fugure professionali: trasposizione che non tiene in conto alcuno le nuove realtà professionali).

A mio modesto avviso questa interpretazione non è accoglibile in alcun modo, poiché una cosa è la responsabilità del Servizio che deve essere intesa come una responsabilità di tipo organizzativo e gestionale ed altra è invece la responsabilità degli atti che sono posti in essere; quest’ultima ricade sempre e comunque su chi forma l’atto in questione.

In altre parole il Responsabile del Servizio risponderà, se del caso, sicuramente anche degli errori commessi dall’Operatore assegnato al Servizio da lui diretto, ma altrettanto certamente sarà chiamato a rispondere dell’errore colui che tale errore ha commesso effettivamente.

Al Responsabile compete sicuramente la firma della lettera di trasmissione e al Medico e/o al Veterinario Ufficiale spetta formulare i pareri di competenza che non sono già sostitutivi, bensì aggiuntivi rispetto a quello formulato dal Tecnico della Prevenzione eventualmente intervenuto.

Come correttamente rilevi il Tecnico della Prevenzione "svolge attività istruttoria, finalizzata al rilascio di autorizzazioni o di nulla osta tecnico sanitari per attività soggette a controllo".

Cosa significa “attività istruttoria”? Istruire una pratica non vuol dire portarla a compimento, su questo siamo tutti d’accordo, ma in positivo il significato da attribuire a questa attività non è altrettanto condiviso.

Per taluni attività istruttoria significa, per l’appunto, “andare, vedere e riferire” (come facevano i vigili sanitari), mentre per altri significa, correttamente a mio avviso, istruire la pratica per la parte di propria competenza, magari con la collaborazione di altri, e formulare, ove necessario, i relativi pareri per la parte di propria competenza.

Tenendo separati i due concetti “istruire” e “definire” si comprende come la definizione di una pratica è altra cosa dall’istruire la pratica stessa e che una pratica compiutamente istruita da un Tecnico della prevenzione altro non necessita se non l’inoltro, attraverso una nota di trasmissione, alla Competente Autorità Sanitaria Locale, da parte del Responsabile del Servizio.

È questo, a mio parere, il metro da adottare per comprendere appieno la portata del D. M. 58/97.

Stesso discorso per la partecipazione a commissioni varie, ivi comprese le commissioni per lo Sportello Unico: anche i Tecnici della Prevenzione dovrebbero vedere riconosciute la propria professionalità, ma, nella realtà, questo non sempre succede.

I tentativi di ricondurre tutto al Responsabile del Servizio o, comunque, ad un Medico, francamente, non solo non li condivido, ma anzi non li comprendo proprio; mi sembra, in buona sostanza, un’operazione di sapore “gattopardesco”.

Concludendo la mia risposta pongo alla tua attenzione la possibilità di organizzare un Convegno su questo tema; per quel che mi riguarda mi dichiaro disponibile fin da ora a dare, per quanto nelle mie possibilità, il mio contributo in merito (penso di non sbagliare affermando che questo vale anche per il Presidente); ritengo che il Convegno, rappresentando un momento pubblico ufficiale, anche nel caso (non molto remoto, in verità) fosse snobbato dalla Dirigenza, finirà per costringere quest’ultima, a fare i conti con quanto detto in quell’occasione, soprattutto se si considera il recente riconoscimento dell’UNPISI quale associazione più rappresentativa della categoria a livello nazionale.

Scusami ancora per il ritardo ma la mia posta era proprio “ingolfata”; ora pare (diciamolo piano) che sia a posto.

In attesa di avere notizie in merito alla proposta di organizzare di un Convegno, ovviamente E.C.M ( che ti caldeggio vivamente, anche in funzione di rilancio della nostra Associazione nella tua Regione), ti invio i miei migliori saluti.

 

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

Quesito: Per operare lavori di bonifica amianto le ditte che effettuano la dismissione dei manufatti oltre la prescritta iscrizione all'albo dovranno anche essere in possesso dell'autorizzazione ai sensi degli art. 27-28 del D.Lgs 22/97?

Tecnici della Prevenzione della Regione Sicilia (Palermo).
 
Risposta: Gli artt. 27 e 28 del Decreto Legislativo 22/97 si riferiscono esclusivamente agli "impianti" e non alle Ditte che operano la bonifica dei materiali contenenti amianto; a queste ultime deve applicarsi quanto previsto dall'art. 30, comma 4 del Decreto Ronchi che riporto integralmente:

" art. 30 (... omissis ...)

4. Le imprese che svolgono a titolo professionale attività di raccolta e trasporto di rifiuti e le imprese che raccolgono e trasportano rifiuti pericolosi, anche se da esse prodotti, nonché, dal 1° gennaio 1998, le imprese che intendono effettuare attività di bonifica dei siti, di bonifica dei beni contenenti amianto, di commercio ed intermediazione dei rifiuti, di gestione di impianti di smaltimento e di recupero di titolarità di terzi, e di gestione di impianti mobili di smaltimento e di recupero di rifiuti, devono essere iscritte all'Albo.

L'iscrizione deve essere rinnovata ogni cinque anni e sostituisce l'autorizzazione all'esercizio delle attività di raccolta, di trasporto, di commercio e di intermediazione dei rifiuti; per le altre attività l'iscrizione abilita alla gestione degli impianti il cui esercizio sia stato autorizzato ai sensi del presente decreto.".

Come si evince chiaramente dall'ultima proposizione l'iscrizione presso la Camera di Commercio sostituisce l'autorizzazione "... all'esercizio delle attività di raccolta, di trasporto, di commercio e di intermediazione dei rifiuti ..."; ritengo pertanto che le  Ditte che eseguono "... lavori di bonifica amianto le ditte che effettuano la dismissione dei manufatti ..." non necessitino già dell'autorizzazione ex artt. 27 e 28 D. Leg.vo 22/97, bensì debbano essere iscritte, ai sensi dell'art. 30 del citato D. Leg.vo 22/97, presso la locale Camera di Commercio, Industria Artigianato ed Agricoltura.

Con i miei migliori saluti.

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

Quesito: L'amministratore di un condominio invece di farla rimuovere e dismettere a norma di legge, ha incaricato una ditta specializzata per fare riverniciare con una vernice apposita e certificata, l'intera copertura. Così facendo la fibre non si disperdono. E' lecito tutto ciò o vige sempre e comunque l'obbligo di rimuovere e dismettere tettoie e/o coperture in cemento amianto ? Grazie

 

Risposta:  Prima di rispondere al quesito postomi ritengo opportuno inserire uno specchietto riassuntivo d’alcune caratteristiche proprie di taluni tipi d'amianto.

 

tipo di minerale

tipo d’amianto

Formule chimiche

resistenza al calore

resistenza agli acidi

resistenza agli alcali

resistenza alla trazione

serpentino

Crisotilo

(amianto bianco)

Mg3[Si2O5](OH)4

silicato idrato di Mg

buona

scarsa

molto buona

molto buona

 

Crocidolite

(amianto blu)

Na2Fe2(FeMg)3Si8O22(OH)2

silicato idrato di Fe e Na

scarsa

buona

buona

molto buona

anfiboli

Amosite

(amianto bruno)

(FeMg)7Si8O22(OH)2

silicato di Fe e Mg

buona

abbastanza buona

buona

buona

 

Antofillite

Mg7Si8O22(OH)2

silicato di Mg e Fe

molto buona

discreta

molto buona

discreta

 

Tremolite

Ca2Mg5Si8O22(OH)2

silicato idrato di Ca e Mg

buona

molto buona

buona

discreta

 

Actinolite

 

Ca2(MgFe)5Si8O22(OH)2

silicato idrato di Ca e Mg

molto buona

abbastanza buona

buona

discreta

 

 

La pericolosità dell'amianto è stata ampiamente dimostrata e la sua diretta responsabilità nell'insorgenza di gravissime patologie ne ha provocato la "messa al bando" da parte delle Autorità sanitarie e Legislative di vari Paesi, fra cui l'Italia.

Il metodo per rendere innocuo l'amianto più conosciuto è quello che prevede la sua rimozione e la successiva collocazione in discariche autorizzate (fino a poco tempo addietro di tipo "B").

La rimozione di questo materiale è un'operazione particolarmente a rischio sia per i lavoratori sia per l'eventuale popolazione esposta, a causa, durante tutte le fasi della rimozione, del distacco delle fibre d’amianto.

Tralascio le problematiche legate alla rimozione e mi soffermo sui metodi che perseguono la messa in sicurezza dei materiali contenenti amianto senza procedere alla loro rimozione.

Contrariamente a quanto molti ritengono, la rimozione non è l'unica soluzione praticabile per eliminare i rischi connessi all'amianto, anzi, vi sono dei casi in cui quest’operazione potrebbe essere sconsigliabile, non fosse altro per il rapporto costi sostenuti/benefici raggiunti decisamente sbilanciato verso i primi; assumendo come variabile dipendente i costi e come parametro non suscettibile di variazioni i benefici, si possono ricercare soluzioni che consentano, ripeto a parità di benefici ottenuti, un risparmio di risorse economiche.

Sostanzialmente i metodi che la tecnica ci mette a disposizione sono due: l'Incapsulamento ed il Confinamento.

L'adozione di uno o di entrambi i metodi succitati comporta, in ogni caso, l'osservanza delle procedure previste per la bonifica dei materiali contenenti amianto, in particolar modo la predisposizione di un piano di lavoro debitamente autorizzato dall'Azienda U.S.L. competente per territorio.

Esperiti tutti gli adempimenti preliminari ed ottenuta l'autorizzazione succitata, il datore di lavoro procederà ad affidare ad idonea Ditta le operazioni di Incapsulamento e/o di Confinamento.

 

Incapsulamento

Consiste nel trattamento dei materiali contenenti amianto con prodotti penetranti o ricoprenti che tendono:

-          ad inglobare le fibre di amianto;

-          a ripristinare l'aderenza dell'amianto al supporto;

-          a costituire una pellicola di protezione sulla superficie esposta.

 

Costi e tempi dell'intervento risultano più contenuti.

I materiali incapsulati non necessitano di sostituzione e, consequenzialmente, non è necessario procedere alla posa in opera di un prodotto sostitutivo e, particolare non trascurabile, non produce rifiuti tossici.

Il rischio per i lavoratori addetti e per l'inquinamento dell'ambiente è, generalmente, minore rispetto alla rimozione.

Il procedimento di Incapsulamento non è, purtroppo, esente da controindicazioni.

Il principale inconveniente è rappresentato dalla permanenza nell'edificio del materiale di amianto e dalla conseguente necessità di mantenere un programma di controllo e manutenzione. Occorre inoltre verificare periodicamente l'efficacia dell'incapsulamento.

Il procedimento di Incapsulamento è sconsigliabile per la messa in sicurezza di coperture di edifici realizzate con materiali contenenti amianto, poiché, come facilmente intuibile, i fattori climatici rappresentano una variabile indipendente che condiziona pesantemente l'efficacia e la durata del trattamento (basti pensare, ad es., a cosa potrebbe succedere nel caso si verifichi una grandinata).

 

Confinamento

Si ottiene mediante l'installazione di una barriera a tenuta che separi l'amianto dalle aree occupate dell'edificio e dall'ambiente esterno.

Questo sistema esclude la possibilità di dispersione delle fibre d'amianto al di fuori della zona confinata, ma, se non è associato ad un trattamento incapsulante, non impedisce il rilascio di fibre all'interno della zona oggetto di Confinamento.

Rispetto all'Incapsulamento il Confinamento, presenta il vantaggio di realizzare una barriera resistente agli urti.

Il costo è contenuto, se l'intervento non comporta lo spostamento dell'impianto elettrico, termoidraulico, di ventilazione, ecc..

Occorre, anche in questo caso, predisporre un programma di controllo e manutenzione.

 

Indicazioni per la scelta del metodo di bonifica

1)     un intervento di rimozione spesso non costituisce la migliore soluzione per ridurre l'esposizione ad amianto. Se è condotto impropriamente può elevare la concentrazione di fibre aerodisperse, aumentando, anziché ridurre, il rischio di malattie da amianto;

2)     materiali accessibili, soprattutto se facilmente danneggiabili, devono essere protetti da un idoneo confinamento;

3)     prima di scegliere un intervento di incapsulamento deve essere attentamente valutata l'idoneità del materiale di amianto a sopportare il peso dell'incapsulante;

 

In particolare i trattamenti incapsulanti non sono indicati:

 

-          nel caso di materiali molto friabili o che presentano scarsa coesione interna o adesione al substrato;

-          nel caso di materiali friabili di spessore elevato ( > di 2 cm), nei quali il trattamento non penetra molto in profondità e non riesce quindi a restituire l'adesione al supporto sottostante.

 

Per contro l'aumento di peso può facilitare il distacco dell'amianto:

1)     nel caso di infiltrazioni di acqua: il trattamento impermeabilizza il materiale così che si possono formare internamente raccolte di acqua che appesantiscono il rivestimento e ne disciolgono i leganti, determinando il distacco;

2)     nel caso di materiali facilmente accessibili, poiché il trattamento forma una pellicola di protezione scarsamente resistente agli urti;

3)     nel caso di installazioni soggette a vibrazioni (aeroporti, locali con macchinari pesanti, ecc.): le vibrazioni determinano rilascio di fibre anche se il materiale è stato incapsulato;

4)     tutti i metodi di bonifica alternativi alla rimozione presentano costi minori a breve termine;

A lungo termine, però il costo aumenta per la necessità di controlli periodici e di successivi interventi per mantenere l'efficacia e l'integrità del trattamento;

5)     interventi di ristrutturazione o demolizione di strutture rivestite di amianto devono sempre essere preceduti dalla rimozione dell'amianto stesso;

 

PROGRAMMA DI CONTROLLO DEI MATERIALI DI AMIANTO IN SEDE - PROCEDURE PER LE ATTIVITÀ DI CUSTODIA E DI MANUTENZIONE.

Dal momento in cui è rilevata la presenza di materiali contenenti amianto in un edificio, è necessario che sia messo in atto un programma di controllo e manutenzione al fine di ridurre al minimo l'esposizione degli occupanti.

Tale programma implica:

a)     mantenere in buone condizioni i materiali contenenti amianto;

b)     prevenire il rilascio e la dispersione secondaria di fibre;

c)     intervenire correttamente quando si verifichi un rilascio;

d)     verificare periodicamente le condizioni dei materiali contenenti amianto.

 

Programma di controllo

Il proprietario dell'immobile e/o il responsabile dell'attività che vi si svolge dovrà;

a)     Designare una figura responsabile con compiti di controllo e coordinamento di tutte le attività manutentive che possono interessare i materiali di amianto;

b)     Tenere un'idonea documentazione da cui risulti l'ubicazione dei materiali contenenti amianto;

c)     Garantire il rispetto di efficaci misure di sicurezza durante le attività di pulizia;

d)     Tenere una documentazione verificabile su tutti gli interventi effettuati;

e)     Fornire una corretta informazione agli occupanti dell'edificio sulla presenza di amianto nello stabile;

f)       Nel caso siano in opera materiali friabili provvedere a far ispezionare l'edificio almeno una volta l’anno, redigendo un dettagliato rapporto, corredato di documentazione fotografica. Copia del rapporto dovrà essere trasmessa all'Azienda U.S.L. competente;

 

Attività di manutenzione e custodia

¨       Interventi che non comportano contatto diretto con l'amianto;

¨       Interventi che possono interessare accidentalmente i materiali contenenti amianto;

¨       Interventi che intenzionalmente disturbano zone limitate di materiali contenenti amianto.

¨       Operazioni che comportino un esteso interessamento dell'amianto non possono essere consentite, se non nell'ambito di progetti di bonifica;

-          Durante l'esecuzione degli interventi non deve essere consentita la presenza di estranei nell'area interessata. L'area stessa deve essere isolata.

-          L'impianto di ventilazione deve essere localmente disattivato;

-          Qualsiasi intervento diretto sull'amianto deve essere effettuato con metodi ad umido;

-          Eventuali utensili elettrici impiegati per tagliare, forare o molare devono essere muniti di aspirazione incorporata;

-          Al termine dei lavori, eventuali polveri o detriti di amianto caduti vanno puliti con metodi ad umido o con aspiratori portatili muniti di filtri ad alta efficienza;

-          I lavoratori che eseguono gli interventi devono essere muniti di mezzi individuali di protezione. Per la protezione respiratoria vanno adottate maschere munite di filtro P3 di tipo semimaschera o a facciale completo, in relazione al potenziale livello di esposizione;

-          Nelle operazioni che comportano disturbo dell'amianto devono essere adottate inoltre tute intere a perdere, munite di cappuccio di copriscarpe, di tessuto atto a non trattenere le fibre;

-          Le tute devono essere eliminate dopo ogni intervento.

Spero di non essermi dilungato troppo e, soprattutto, di aver risposto esaurientemente al quesito postomi. Se cosi non fosse sono a disposizione per ogni evenienza.

Con i miei più cordiali saluti.

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

Quesito: La legge regionale 24/2003 della regione Toscana abroga i libretti sanitari e istituisce in sostituzione corsi di formazione.

"Sono esentati dalla formazione:

- i soggetti laureati.....

- i periti agrari e gli agrotecnici

- i soggetti diplomati della scuola alberghiera...

- i soggetti che hanno frequentato con profitto i corsi di formazione...  "

.......

"Il corso di aggiornamento della formazione del titolare dell'attività o del responsabile del piano di autocontrollo deve avere almeno frequenza quinquennale.....il corso di aggiornamento della formazione degli addetti deve essere previsto ogni 5 anni..."

 

I soggetti esenti dalla formazione, sono esenti anche dall'aggiornamento quinquennale?

 

La ringrazio anticipatamente

Cordiali saluti

dott.ssa Silvia Giampaoli

 

Risposta: Personalmente ritengo che l'esenzione dal frequentare corsi di formazione sia suddivisa in due ambiti, il primo di natura accademica-scolastica ed il secondo formativo-professionale.
Per "i soggetti che hanno frequentato i corsi di formazione ..." non è previsto (presumo) titolo di studio alcuno e, fra tali soggetti, devono essere ricompresi anche immigrati dai più disparati Paesi.
I titoli accademici ed i diplomi che esentano dalla frequenza dei corsi di aggiornamento  hanno una valenza assolutamente superiore (ovviamente) ad un semplice corso di poche ore e, contrariamente a questi ultimi, hanno una durata illimitata.
Taluno potrebbe obiettare che la Legge non ha previsto il rilascio "una tantum" in favore dei soggetti esentati, quindi occorre frequentare i corsi di aggiornamento.
Non rileva, a mio avviso, che la legge non preveda un attestato "permanente" per i soggetti esentati, poiché in sede di rinnovo il possesso dei titoli che esentano dalla frequenza dei corsi sono ancora validi a tutti gli effetti e, consequenzialmente, deve essere applicata anche l'esenzione.
A tale proposito segnalo che questo non è un caso unico nel panorama normativo italiano, poiché anche in norme che regolano altri settori, si contemplano casi in cui anche i soggetti esentati, poniamo, dal sostenere un colloquio, devono, al pari degli altri, chiedere il rinnovo, pur essendo, in ultima analisi, il rinnovo stesso un atto dovuto e non subordinato al superramento di "prova" alcuna.
Ritengo pertanto che, anche per i corsi di aggiornamento quinquennali, debba essere applicata l'esenzione in favore dei soggetti che la Legge, in virtù del titolo accademico/scolastico posseduto, esenta dalla formazione.
Restando a disposizione per ogni evenienza, mi è grata l'occasione per inviare i miei migliori saluti.

 

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

Quesito: Sono un socio UNPISI della A. U. S. L. n. 5 della Spezia, lavoro alla Unità Operativa Igiene degli Alimenti di Origine Animale. Dato che da poco sono in grado di utilizzare la posta elettronica aziendale, ne approfitto ponendovi questo problema.

Nell'azienda in cui lavoro viene ventilata l'ipotesi di impiegare lavoratori attualmente inquadrati come Operatori tecnici - Cuochi, da ricollocare per effetto delle procedure di appalto del servizio di ristorazione ospedaliera, con compitii  di "aiuto del tecnico della prevenzione" nell'ambito del controllo ufficiale degli alimenti. Ciò è evidentemente in contrasto con la normativa vigente sulle professioni sanitarie e con il CCNL. Personalmente sto già tentando di contrastare l'ipotesi sul nascere, come collega peraltro impegnato nel sindacato (CGIL e membro R.S.U.), ma potrebbe essere utile e necessario anche un intervento dell'UNPISI. Vi chiedo intanto un parere. A presto.Vi saluto.

Marco Cappelli

 

Risposta: Mi è giunta la segnalazione che presso un’Azienda USL sia in atto un tentativo di affiancare ai Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro una figura, affatto nuova e non prevista da alcuna disposizione di legge, dell’Aiuto Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro.

Presso l’Azienda succitata è stata presa la decisione di affidare, in appalto, il servizio di ristorazione ospedaliera ad una Ditta esterna; questa deliberazione ha, come “effetto collaterale”, la conseguente soppressione dei posti di lavoro legati al servizio stesso.

Prima di procedere oltre esprimo la mia solidarietà ai lavoratori interessati, che hanno diritto (aggiungo: sacrosanto!) a vedere salvaguardato il proprio posto di lavoro, attraverso percorsi di riconversione lavorativa e/o di collocazione presso altre realtà lavorative analoghe, iniziando proprio dalla stessa Ditta appaltatrice.

Detto questo vediamo come l’Azienda ha intenzione di affrontare e risolvere la situazione da essa stessa concretata.

L’Azienda ha intenzione, o comunque ha allo studio tale possibilità, di impiegare i lavoratori che hanno visto soppressa la propria qualifica professionale e, consequenzialmente, il proprio posto di lavoro, quali “Aiuto Tecnico della prevenzione”.

Debbo dire che sono veramente allibito! Non ho nulla contro la professione del cuoco, anzi!, da buongustaio emiliano quale sono, nato e cresciuto a Salsomaggiore Terme (sede di un rinomato Istituto Alberghiero, fra l’altro), li tengo nella massima considerazione, ma non riesco a capire quale affinità possa esistere fra le due professioni né cosa si voglia intendere per “Aiuto tecnico della prevenzione”.

Per svolgere le funzioni (sottolineo funzioni, che sono cosa ben diversa dalle mansioni) di Tecnico della prevenzione non solo occorre possedere la Laurea di Primo livello, o titolo riconosciuto equipollente dalla normativa, mentre per fare il cuoco è sufficiente un titolo di studio nettamente inferiore, ma anzi è necessario un percorso sia culturale sia formativo assolutamente differente (ben più articolato a complesso quello del Tecnico della prevenzione rispetto al cuoco).

Mi vengono spontanee alcune domande: cosa si intende per “Aiuto tecnico della prevenzione”? quali MANSIONI si intendono poi assegnare a questa figura, del tutto inedita, che si vorrebbe istituire? Forse si vuol istituire una specie di porta-borse? (mi pare avvilente per le persone interessate, quindi scarto una siffatta ipotesi) verrebbe data loro anche la qualifica di U.P.G. o di A.P.G.? da chi dipenderà il futuro “Aiuto tecnico? Dal Tecnico o …? Dovrà agire sempre sotto la supervisione del Tecnico oppure potranno agire autonomamente effettuando da soli controlli presso le Aziende alimentari? In quale posizione giuridica si collocherà, nei confronti del D. Leg.vo 58/97, la nuova figura?

La sensazione che ne ricavo è, piuttosto, che, come già accaduto in altre circostanze, il Tecnico della prevenzione sia considerato non già come una professione altamente specializzata e qualificata, addetta esclusivamente alle funzioni di cui al D. Leg.vo 58/97, bensì come un’attività di secondaria importanza, che può essere svolta da chicchessia e cui è possibile chiedere l’espletamento di qualsiasi attività, “fattorino portapacchi” compreso. È una sensazione, nulla più, ma a volte le sensazioni, purtroppo, si rivelano molto vicine alla realtà dei fatti.

A tutto questo noi dobbiamo dire di NO, senza piegarci ad inespressi e, perciò, ancor più subdoli ricatti morali, tipo quelli che riguardano la salvaguardia di un posto di lavoro.

Domande all’Azienda: perché non riconvertire i lavoratori della cucina in amministrativi? Forse non servono? Non servono nemmeno gli Operatori Tecnici dell’Assistenza (o come si chiamano nell’Azienda interessata)?

Se l’Azienda interessata persisterà in questa sua linea penso anche che un ricorso al T.A.R. possa essere una risposta adeguata alla situazione: di questo parleremo a tempo debito se sarà necessario.

Visto però che è meglio prevenire piuttosto che curare, suggerisco la possibilità di organizzare un convegno, presso la vostra Azienda, al fine di far conoscere la nostra posizione, ove per “nostra” intendo quella dei Tecnici della prevenzione come categoria.

Questo breve scritto è, ovviamente, ben lungi dal voler essere esauriente (sono solo le prime considerazioni in merito), per cui resto a disposizione per ogni evenienza futura.

Con i miei migliori saluti.

 

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

   Quesito: In riferimento al D.Lgs. 195/2003, decreto RSPP e ASPP,  e alla sezione requisiti per RSPP,  viene indicato che coloro che sono in possesso di uno dei seguenti titoli di laurea triennale (tra cui anche  Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro) sono esonerati dalla frequenza ai corsi base ma devono frequentare i corsi specifici per RSPP ed aggiornarsi con cadenza almeno quinquennale……………

            In via legislativa , i tecnici della prevenzione che lavorano da c.a. 11 anni nei servizi di prevenzione aziendali,  non con laurea triennale  ma con titolo equipollente in base a tutta la giurisprudenza,  sono esonerati  dalla frequenza del corso base ??

 

Fabio 

 

Risposta: Carissimo Fabio, non mi sono dimenticato affatto del tuo quesito, solamente che, per risponderti, mi sono dovuto documentare (spero in modo esauriente).

 

Veniamo alla tua richiesta, ovvero se i Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro “… che lavorano da c.a. 11 anni nei servizi di prevenzione aziendali,  non con laurea triennale  ma con titolo equipollente in base a tutta la giurisprudenza,  sono esonerati  dalla frequenza del corso base …” di cui all’art. 2 del D. Leg.vo 195/2003 al apri di coloro che posseggono il titolo accademico vero e proprio.

 

A giudizio dello scrivente la risposta è affermativa, giacché sia la Legge 26.02.1999, n 42, recante disposizioni in materia di professioni sanitarie ed in particolare l'art. 4, comma 1, il quale prevede che i diplomi e gli attestati conseguiti in base alla precedente normativa, che abbiano permesso l'iscrizione ai relativi albi professionali o l'attività professionale in regime di lavoro dipendente o autonomo o che siano previsti dalla normativa concorsuale del personale del servizio sanitario nazionale o degli altri comparti del settore pubblico, sono equipollenti ai diplomi universitari di cui all'art. 6, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n 502 e successive modificazioni, ai fini dell'esercizio professionale e dell'accesso alla formazione post-base, sia il D. M. 27.07.2000 “Equipollenza dei diplomi ed attestati al diploma universitario (ora laurea di primo livello nd.s.) di Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, ai fini dell’esercizio professionale e dell’accesso alla formazione post-base” (G. U. 17.08.2000, n 191) sanciscono l’equipollenza dei suddetti titoli a quello necessario per esercitare la professione di Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro.

 

In particolare l’articolo 1 del D. M. 27.07.2000 [Equipollenza di diplomi e attestati al diploma universitario di tecnico della prevenzione dell'ambiente e luoghi di lavoro, ai fini dell'esercizio professionale e dell'accesso alla formazione post-base], stabilisce che:

“I diplomi e gli attestati conseguiti in base alla normativa precedente a quella attuativa dell'art. 6, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n 502 e successive modificazioni, che sono indicati nella sezione B della tabella sotto riportata, sono equipollenti, ai sensi dell'art. 4, comma 1, della legge 26 febbraio 1999, n 42, al diploma universitario (ora laurea di primo livello nd.s.) di tecnico della prevenzione dell'ambiente e luoghi di lavoro di cui al decreto del Ministro della sanità 17 gennaio 1997, n 58, indicato nella sezione A della stessa tabella, ai fini dell'esercizio professionale e dell'accesso alla formazione post-base.

 

Sezione A - Diploma universitario

Sezione B - Titoli equipollenti

Tecnico della prevenzione dell'ambiente e luoghi di lavoro
Decreto del Ministro della sanità 17 gennaio 1997, n 58

Tecnico con funzione ispettiva per la tutela della salute nei luoghi di lavoro
Decreto del Presidente della Repubblica n 162 del 10 marzo 1982 - legge 11 novembre 1990, n 341

 

Tecnico per la protezione ambientale e per la sicurezza -
Decreto del Presidente della Repubblica n 162 del 10 marzo1982 - legge 11 novembre 1990, n 341

 

Tecnico di igiene ambientale e del lavoro -
Decreto del Presidente della Repubblica, n 162, del 10 marzo 1982 - legge 11 novembre 1990, n 341

 

Operatore vigilanza e ispezione -
Decreto del Presidente della Repubblica n 761, del 20 dicembre 1979 - decreto del Ministro della sanità del 30 gennaio 1982 art. 81

 

Articolo 2

[Effetti dell'equipollenza]

L'equipollenza dei titoli indicati nella sezione B della tabella riportata nell'art. 1, al diploma universitario (ora laurea di primo livello n.d.s.) di tecnico della prevenzione dell'ambiente e luoghi di lavoro indicato nella sezione A della stessa tabella, non produce, per il possessore del titolo, alcun effetto sulla posizione funzionale rivestita nei rapporti di lavoro dipendente già instaurati alla data di entrata in vigore del presente decreto.”

Ho già avuto modo di sostenere anni addietro e, a seguito di espressa domanda,  recentemente ribadito, che l’equipollenza dei titoli trova la sua piena applicazione anche nel caso in cui non sia espressamente menzionata, fatti salvi alcuni casi particolari (non è questo il caso e affrontare la relativa tematica ci porterebbe troppo fuori strada, per cui mi limito a questo fugace accenno).

Concludendo: nella fattispecie rappresentatami dal Collega, si trattava di capire se i Colleghi Responsabili, ovvero Addetti, al Servizio Prevenzione e Protezione dell’Azienda U.S.L. siano o meno esentati dal frequentare i corsi previsti dal D. Leg.vo 195/03; a mio sommesso avviso, per i motivi sopra espressi ed in considerazione che l’attività svolta in precedenza depone a favore di un elevato grado di competenza, la risposta non può non essere affermativa e, consequenzialmente, che la frequenza a detti corsi non solo non sia richiesta, ma anzi ritengo che i Colleghi Tecnici della Prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro (siano essi in possesso del titolo accademico ovvero della equipollenza succitata) addetti al Servizio Prevenzione  e Protezione dell’Azienda USL (Responsabili o Addetti che siano) siano proprio i Professionisti che meglio possono fungere da Docenti in quei corsi.

Sperando di essere stato di aiuto, ti invio i miei migliori saluti e ne approfitto per segnarti un Seminario, accreditato ECM e da me organizzato per conto dell’Az. USL di Parma, che si terrà martedì 3 maggio: “La tutela della salute dei non fumatori” (dovrebbe essere già sul sito www.unpisi.it).

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

 

Quesito del Collega Stefano Battistini.

Ci siamo imbattuti al momento di scarico dal furgone al deposito all'ingrosso di una partita di carne confezionata ed imballata. Noi siamo nella regione Toscana, il trasportatore veniva da Genova. Al momento abbiamo richiesto di vedere l'autorizzazione sanitaria del mezzo di trasporto (art. 44/ 327) ma non l'aveva. Chiamato subito il titolare questo mi rispondeva che .. non era tenuto ad averla .. in quanto carni confezionate ed imballate !! A me questo giunge nuovo .. l'articolo sopraccitato esplicita " trasporto di carni fresche e congelate ... " per cui anche se sono confezionate. Sai qualcosa in merito ???  grazie.

Battistini Stefano

 

Risposta: Ho chiesto, onde evitare spiacevoli sorprese, conforto al Servizio Veterinario della mia Azienda USL (io lavoro al Servizio Igiene Pubblica) che mi ha confermato che il trasporto delle carni, siano esse confezionate o meno, rientra nei casi di cui all’art. 19, legge 07.08.1990, n 241 così come risulta modificato dall’art. 2, comma 10, Legge 24.12.1993, n 537. Nel caso che mi prospetti, consequenzialmente, il titolare dell’attività di che trattasi deve provvedere ad inoltrare al Comune di competenza una Denuncia Inizio Attività (D.I.A.), poiché il succitato articolo prevede che (riporto integralmente) “In tutti i casi in cui l’esercizio di un’attività sia subordinato ad autorizzazione, licenza, abilitazione, nulla-osta, permesso o altro atto di consenso comunque denominato, ad esclusione delle concessioni edilizie e delle autorizzazioni rilasciate ai sensi delle leggi 1° giugno 1939, n 1089 (abrogata dall’art. 166 D. Leg.vo 29.10.1999, n 490 n.d.s.), 29 giugno 1939, n 1497 (abrogata dall’art. 166 D. Leg.vo 29.10.1999, n 490 n.d.s.) e del decreto-legge 27 giugno 1985, n 312, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1985, n 431 (abrogato, ad eccezione degli art. 21-ter ed 1-quinquies, dall’art. 166 D. Leg.vo 29.10.1999, n 490 n.d.s.), il cui rilascio dipenda esclusivamente dall’accertamento dei presupposti e dei requisiti di legge, senza l’esperimento di prove a ciò destinate che comportino valutazioni tecniche discrezionali, e non sia previsto alcun limite o contingente complessivo per il rilascio degli atti stessi, l’atto di consenso si intende sostituito da una denuncia di inizio di attività da parte dell’interessato alla pubblica amministrazione competente, attestante l’esistenza dei presupposti e dei requisiti di legge, eventualmente accompagnata dall’autocertificazione dell’esperimento di prove a ciò destinate, ove previste. In tali casi, spetta all’amministrazione competente, entro e non oltre sessanta giorni dalla denuncia, verificare d’ufficio la sussistenza dei presupposti e dei requisiti di legge richiesti e disporre, se del caso, con provvedimento motivato da notificare all’interessato entro il medesimo termine, il divieto di prosecuzione dell’attività e la rimozione dei suoi effetti, salvo che, ove ciò sia possibile, l’interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività ed i suoi effetti entro il termine prefissatogli dall’amministrazione stessa.”.

Ritengo, pertanto, che il titolare della Ditta di trasporto abbia ragione almeno per un terzo, poiché, se da un canto non è obbligato ad avere l’autorizzazione sanitaria, prima di tutto resta comunque obbligato a inoltrare la D.I.A. al competente Comune e poi è comunque in errore quando ritiene che l’esenzione di ottenere l’autorizzazione sanitaria sia da ricondurre al fatto che effettua trasporti di carni confezionate.

Spero di aver fugato i tuoi dubbi in merito, resto a tua disposizione per ogni evenienza futura e ti invio i miei migliori saluti.

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

 

Quesito del Collega Andrea Ossi di Ferrara.

Vorrei sapere quando entrerà in vigore il regolamento CE 178/2001, in tutte le sue parti  e più in generale, quando entrano in vigore direttive e regolamenti comunitari. Ti ringrazio anticipatamente.

 

Andrea Ossi

Azienda U.S.L. Ferrara, SIAN.

 

 

Risposta: Caro Collega, ti rispondo con un “poco” di ritardo, ma ho preferito dare la precedenza al Convegno ECM di Parma dello scorso 30 novembre, poi … arrivo ora, visto che in questo inizio anno sono a casa in ferie.

L’entrata in vigore del Regolamento (CE) 178/2001, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale delle Comunità europee 1.2.2002 L 31/1, è regolato dall’art. 65 che riporto integralmente:

 

 Articolo 65

Entrata in vigore

Il presente regolamento entra in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale delle Comunità europee.

Gli articoli 11, 12 e da 14 a 20 si applicano a decorrere dal 1° gennaio 2005.

Gli articoli 29, 56, 57, 60 e 62, paragrafo 1, si applicano a decorrere dalla nomina dei membri del comitato scientifico e dei gruppi di esperti scientifici, annunciata con un avviso pubblicato nella Gazzetta ufficiale, serie «C».

  

Come chiaramente indicato dal secondo paragrafo l’applicazione di taluni articoli, che sono quelli che ci riguardano più da vicino, si applica dallo scorso 1° gennaio.

Gli articoli che sono appena entrati in vigore riguardano:

 

Articolo 11 Alimenti e mangimi importati nella Comunità; Articolo 12 Alimenti e mangimi esportati dalla Comunità; Articolo 14 Requisiti di sicurezza degli alimenti; Articolo 15 Requisiti di sicurezza dei mangimi; Articolo 16 Presentazione; Articolo 17 Obblighi; Articolo 18 Rintracciabilità; Articolo 19 Obblighi relativi agli alimenti: operatori del settore alimentare; Articolo 20 Obblighi relativi ai mangimi: operatori del settore dei mangimi.

 

 Al Regolamento (CE) 178/2001 sono collegati altri regolamenti, fra cui, di notevole interesse e, per molti aspetti decisamente innovativo, il Regolamento C.E. 852/2004 che estende alla produzione primaria l'obbligo di dotarsi degli strumenti previsti dal sistema HACCP e, attraverso gli allegati I e II, fissa i requisiti generali in materia di igiene per la produzione primaria (vedi allegato I) ed i requisiti generali in materia di igiene applicabili a tutti gli operatori diversi da quelli di cui all'allegato I (vedi allegato II).

Non mi dilungo oltre su questo aspetto e passo alla seconda parte del quesito.

Trattati e regolamenti sono immediatamente applicabili in tutti i Paesi membri, una volta assolte, se del caso, le condizioni poste dai Trattati o dai Regolamenti stessi (nel nostro caso ad es.: immediatamente applicabile dal giorno successivo alla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea salvo gli articoli indicati nel secondo paragrafo dell’art. 65, oppure a decorrere dalla nomina dei membri del comitato scientifico e dei gruppi di esperti scientifici di cui al successivo terzo paragrafo.).

Per le Direttive, invece, occorre sempre un atto di recepimento da parte dello Stato membro, mancando il quale la Direttiva resta inapplicabile a livello normativo; se lo Stato membro non recepisce la Direttiva nei tempi e nelle forme previste si apre un procedimento a carico dello Stato stesso, ma questo discorso esula da quanto mi hai richiesto.

A disposizione per ogni eventualità futura. Colgo l’occasione per formulare a tutti i miei migliori auguri di Buon 2005.

 

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 
 
Quesito: Sono un tecnico della prevenzione di Rovigo iscritto all'UNPISI che ha fatto il test di selezione per la specializzazione all'università di Siena.
Faccio presente che provengo dall'ULSS e avevo la qualifica di Operatore di vigilanza ed ispezione collaboratore del ruolo sanitario ora chiamato Tecnico della Prevenzione nell'ambiente nei luoghi di lavoro.
Con il titolo che possiedo ed in base alla legge 42 del 1999 art. 4 comma 1 (che parla dell'equipollenza e cita dopo la premessa che "l'attività professionale in regime  di lavoro dipendente o autonomo  o che siano previsti  dalla  normativa  concorsuale del  personale  del  Servizio Sanitario Nazionale o degli altri comparti del settore pubblico, sono equipollenti ai  Diplomi Universitari  di cui  al citato  articolo 6, comma  3, del  decreto  legislativo  n. 502  del  1992, e  successive modificazioni ed integrazioni, ai fini dell'esercizio professionale e dell'accesso alla formazione postbase") dovrei rientrare in quella categoria di equipollenza e nel caso entrassi in graduatoria dovrei essere ammesso alla scuola di specializzazione. Tutto questo in teoria.
Vorrei sapere se ciò risulta possibile.
Grazie e cordiali saluti
Guido Bianchini
 
 
Risposta: Carissimo Guido, innanzi tutto complimenti per la tua volontà di conseguire la laurea specialistica. Venendo al tuo quesito: non mi dici quale sia il tuo titolo, ma dal tuo scritto arguisco che sei un Collega attualmente ancora in servizio. Per accedere alla formazione di base e post-base è necessario possedere i requisiti che l'Università richiede. Mi spiego un tantino meglio: alcuni Atenei hanno istituito corsi di "Recupero creditizio", ovvero hanno attivato canali preferenziali per coloro che possono documentare una certa anzianità e che siano in possesso di un titolo di scuola media superiore che ha permesso, a suo tempo, di essere ammessi al concorso prima ed in ruolo successivamente, quale Operatore vigilanza e ispezione. I profilo professionale dell'Operatore addetto al funzioni di Vigilanza ed Ispezione è compreso fra quelli che hanno ottenuto l'equipollenza ai sensi dell'art. 1, Decreto ministeriale 27/07/2000, che, a sua volta, si riferisce espressamente al Decreto del Presidente della Repubblica n. 761, del 20 dicembre 1979 ed al Decreto del Ministro della sanità del 30 gennaio 1982 art. 81. Pertanto, a tutti gli effetti, attualmente è possibile essere ammessi ai corsi Universitari di formazione post-base, salvo che, ovviamente, l'Università attivi i relativi corsi. Dalle notizie che sono in mio possesso posso aggiungere che tanti Colleghi hanno optato per seguire vari corsi di Master senza difficoltà alcuna: spero di esserti stato di aiuto.

 

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

Quesito: Carissimo Oriani sono un T.d.P. della ASL della Liguria iscritto UNPISI, il mio quesito è il seguente: il Tecnico della Prevenzione ai fini del DM 29/3/2001 è  da considerarsi nel ruolo sanitario o ruolo tecnico? nel BUR regionale, come bisogna essere inquadrati in merito al ruolo:  tecnico o sanitario ? gli  ECM competono solo a chi appartiene al ruolo sanitario? in attesa di una risposta ti mando tanti saluti,

Roberto

 

 

Risposta: Caro Roberto, io non ho dubbio alcuno: quella del Tecnico della prevenzione è una professione sanitaria (sanitaria e non sanitaria ausiliaria!!!), per cui non immagino collocazione diversa da quella del ruolo sanitario. Questa mia interpretazione trova fondamento non solo dall'inquadramento, nelle varie Regioni Italiane, nel ruolo sanitario - comparto dei nostri Colleghi che ho avuto modo di contattare, ma anche (direi soprattutto) dall'inserimento nella IV delle Classi in cui sono suddivise le Professioni Sanitarie. Per quanto concerne gli ECM essi sono obbligatori per tutte le Professioni Sanitarie. Spero di esserti stato utile.

 

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

Quesito: Carissimo Oriani ti giro una domanda che mi è stata posta, un collega ha la qualifica di assistente tecnico , e non quella di tecnico della  prevenzione,  le sue mansioni consiste nell'esprimere pareri igienici su pratiche edilizie che pervengono all'asl,  non avendo la qualifica di U.P.G. può essere inserito nella reperibilità insieme ai colleghi con qualifica di Tecnici della Prevenzione? in attesa di una risposta ti mando tanti saluti.  Roberto
 
Risposta: Tralasciando qualsiasi altra considerazione legata all'opportunità o meno di inserire un assistente tecnico nei turni di reperibilità, poiché trattasi di una scelta legata a condizioni locali da valutare di volta in volta e da chi lavora in quella data realtà, ritengo che il collega con la qualifica di assistente tecnico possa essere inserito nei turni di reperibilità SOLAMENTE SE OPERA CON UN UPG in qualità di incaricato di pubblico servizio. Ovviamente la responsabilità dell'intervento è dell'UPG, in modo del tutto analogo a quanto succede ai Colleghi neo assunti in attesa del trascorrere del periodo di prova. Un saluto.

 

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

 

Quesito della Collega Elena Alonzo.

 

Si chiede cortesemente se a Vs. parere la vendita di funghi velenosi (o sospetti di esserlo o non rientranti nelle liste positive) costituisca violazione al disposto degli artt. 5 e 6 L. 30 aprile 1962, n. 283 in relazione all'art 126 del R.D. 3 agosto 1890, n. 7045 (cass. pen. 29/04/1967 - mass.pen. 1967,IV,436; cass. pen. sez. VI 29/10/1988 n. 10640/R Di Nicola e Pretore di Savona sent. 19/05/1994 n. 216/94/R C. Romano) o piuttosto non si applichi l'art. 444 CP (archivio massime penali corte di cassazione anno/numero 198308287 rivista 160692 sent. 08287 del 20/06/1983 - 15/10/1983).

Inoltre se qualora i micologi aziendali ritrovino in vendita funghi velenosi o non commestibili sia necessaria o meno la convalida del Sindaco prima di procedere alla distruzione della partita sequestrata.

Ringraziando per la cortese disponibilità si porgono distinti saluti.

Elena Alonzo

 

Risposta: Cara Collega, sono Carlo Oriani, Segretario P.le di Parma e Responsabile dell'Ufficio Tecnico Giuridico UNPISI, dopo essermi consultato anche col Collega Rossi, t'invio la seguente risposta:

a mio sommesso avviso non è più possibile, attualmente, ricondurre la condotta criminosa costituita dalla "… vendita di funghi velenosi o sospetti di esserlo o non rientranti nelle liste positive …" per tre motivi:

 

1.    Le date delle sentenze di Cassazione che mi citi sono tutte antecedenti all'entrata in vigore della normativa Regionale d'attuazione della normativa nazionale in materia di raccolta e commercializzazione dei funghi epigei freschi spontanei e/o conservati (L. 23.08.1993, n 352 e D.P.R. 14.07.1995, 376) e, pertanto, i Giudici di Cassazione non potevano certamente applicare una normativa che non aveva ancora compiuto il suo iter, né, tanto meno, l'Organo accertatore fare riferimento ad una normativa che non era ancora in essere;

2.    A mio sommesso avviso non vedo, attualmente, fattispecie alcuna riconducibile agli articoli 5 e 6 L. 30.04.1962, n 283;

3.    Il R.D. 03.08.1985, n 7045, sempre a mio modesto avviso, soccombe, in ogni caso, nei confronti del R.D. 19.10.1930, n 1398 (Codice Penale).

 

Ritengo, piuttosto, più aderenti alla realtà dei fatti, non solo l'art. 444 C.P., ma anche, se del caso, il successivo art. 452 C.P..

Per quanto concerne le sentenze della Corte di Cassazione che tu citi sarebbe importante leggere tutta la sentenza, in fatto, in diritto ed i motivi e le motivazioni che hanno portato alle decisioni adottate (non ho avuto il tempo materiale di farlo, ma vedrò di rimediare nei prossimi giorni, esami universitari permettendo).

Per quanto riguarda la necessità di far convalidare dal Sindaco il sequestro dei funghi velenosi o non commestibili prima della loro distruzione, a mio parere la procedura da adottare è un'altra.

Se i funghi sono certamente velenosi o, comunque, non commestibili, la strada maestra è quella tracciata dal Codice Penale, dal Codice di Procedura Penale e, se del caso, dall'art. 5, lettera d), L. 283/62 citata, poiché la condotta tenuta da taluno che pone in vendita i funghi di che trattasi è penalmente rilevante.

In ogni caso, essendo una violazione penalmente sanzionata il primo passo, dopo il sequestro, è l'inoltro di informativa di reato, con richiesta di convalida del sequestro stesso, con esclusione tassativa della distruzione della fonte di prova senza esplicita autorizzazione del Pubblico Ministero competente.

Spero di averti dato qualche dritta, per cominciare.

 

Dott. Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

Quesito del Collega Roberto Pioli:

 

"Ciao colleghi mi chiamo Pioli Roberto, sono un collega della ASL città di Milano, una settimana fa, circa, vi ho scritto per avere chiarimenti su chi deve effettuare delle prescrizioni, ma non ho ancora ricevuto nessuna risposta. Dato che sono molto imbranato nell'uso del PC, vorrei sapere se devo cercare le risposte in qualche "link", se si chiamano così, del vs. sito o se mi mandate una mail di risposta.

Distinti saluti Pioli Roberto"

 

 

Risposta: Carissimo Roberto, ti chiedo scusa per il ritardo, ma i motivi di questo "silenzio" sono due: il primo è dovuto al virus "Sasser" (a scanso di rischi ho evitato accuratamente di collegarmi con il PC casalingo!) e, una volta superato il problema virus, sono stato, come ben ti ha riferito l'amico Gianluca (che mi ha "girato" il quesito sul PC dell'ufficio), un pochino in giro e, da ultimo, anche all'Università di Chieti per il cosiddetto "recupero dei crediti" per i T.d.P..

Vengo al tuo quesito:

Analizziamo il secondo comma dell'art. 8, D. Leg.vo 26.05.1997, n 155 il quale prevede (testualmente) che "L'autorità incaricata del controllo deve indicare nel verbale di accertamento le carenze riscontrate e le prescrizioni di adeguamento necessarie per assicurare il rispetto delle norme contenute nel presente decreto. La stessa autorità procede con separato provvedimento ad applicare le sanzioni di cui al comma 1 qualora risulti che il responsabile dell'industria alimentare non ha provveduto ad adeguarsi alle prescrizioni impartite a seguito del primo controllo, entro un termine prefissato, comunque non inferiore a centoventi giorni dalla data del verbale del primo accertamento."

Premessa: l'art. 12 delle "Disposizioni sulla legge in generale" (le cosiddette "preleggi" al Codice Civile) "Interpretazione della legge", al comma 1 sancisce che "Nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole a secondo la connessione di esse e dalla intenzione del legislatore."

Fermandosi alla parola "Autorità" e, consequenzialmente, volerle attribuire un senso avulso dal contesto della frase e da altre norme, possono essere assegnati, ad essa, molteplici significati, alcuni dei quali fuorvianti rispetto a quella "connessione di esse" (riferito alle parole di una norma) di cui al succitato art. 12 delle "preleggi".

Se si dovesse dare una definizione di "Autorità" slegata dal contesto della frase si potrebbe arrivare a considerare come tale solamente, ad es., il Dirigente di un dato Servizio dell'Azienda U.S.L.. Sorge però spontanea una domanda, relativa alla possibilità di conciliare questa (erronea) interpretazione del significato di "Autorità" e della sua consequenziale identificazione, con il successivo passo in cui si legge che "L'autorità incaricata del controllo deve indicare nel verbale di accertamento le carenze riscontrate e le prescrizioni di adeguamento necessarie per … omissis) …"? Come può ipotizzarsi la sottoscrizione di un verbale di sopralluogo (che altro non è che il verbale di accertamento in ultima analisi) da parte di una persona che non è fisicamente presente al momento dell'accertamento stesso? A mio sommesso avviso tale procedura è in ambito più prossimo a quanto previsto dagli artt. 476 ss. piuttosto che in quello di una corretta prassi amministrativa. A questo aggiungasi il D. Leg.vo 58/97 che, in modo inequivocabile, assegna ai Tecnici della Prevenzione una serie di compiti specifici (di cui all'art. 1, commi 3 e 4) propri di una professionalità che si configura quale "autorità" preposta al controllo di cui all'art. 8 D. Leg.vo 155/97 (altra cosa è il diritto del Dirigente, con il corrispettivo dovere di informare, di essere informato sull'adozione di una data prescrizione.

L'infelice formulazione dell'art. 8 succitato non si ferma purtroppo al vocabolo "autorità", ma prosegue con un altro termine usato (a mio avviso) in modo non corretto, inserito in un concetto più ampio, ovvero quando l'art. di che trattasi stabilisce che la stessa "… (omissis) autorità procede con separato provvedimento ad applicare le sanzioni (omissis) …". Il termine "applicare" deve essere riferito, ai sensi della L. 24.11.1981, n 689, non già a coloro che accertano la violazione (i quali possono solamente redigere un verbale di accertamento di violazione amministrativa nel quale deve essere indicata la possibilità di effettuare il pagamento in misura ridotta di cui all'art. 16, L. 689/81 citata, mentre l'applicazione della sanzione è demandata all'Autorità (questa volta sì utilizzato in modo corretto!) di cui al successivo art. 17, la quale, a sua volta, emette apposita ordinanza-ingiunzione ai sensi dell'art. 18 L. 689/81. L'art. 11 della L. 689/81, "Criteri per l'applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie", stabilisce che (riporto testualmente) "Nella determinazione della sanzione amministrativa pecuniaria … (omissis)" da cui si ricava che è solo in sede di "determinazione" dell'importo della sanzione amministrativa pecuniaria che si ravvisa "l'applicazione" della stessa, con tutte le conseguenze del caso, ivi compresa la possibilità di commettere, da parte del trasgressore, anche la "reiterazione della violazione", possibilità preclusa dalla normativa nel caso di pagamento in misura ridotta (il pagamento in misura ridotta si configura come una vera e propria "oblazione amministrativa" che, parimenti all'oblazione di cui agli artt. 162 e 162 bis C.P., estingue il procedimento amministrativo (per inciso: ritengo scorretta la procedura che taluni adottano di inviare comunque il verbale di accertamento all'Autorità di cui all'art. 17 L. 689/81, ma questo è un altro discorso e ci porterebbe "fuori tema").

Concludendo: preso atto dell'infelice traduzione delle Direttive 93/43/CEE E 96/3/CE e leggendo il comma 2 dell'art. 8 del D. Leg.vo 155/96 nel pieno rispetto dell'art. 12 delle "preleggi" con il soccorso della L. 689/81 ritengo che per " L'autorità incaricata del controllo" e, pertanto, abilitata ad emettere le prescrizioni, debba intendersi non già esclusivamente il Dirigente di un certo Servizio, bensì coloro che il controllo lo effettuano direttamente e personalmente sul posto, ovvero i Tecnici della Prevenzione (quanto meno anche), poiché col e nel termine "autorità" devono essere intesi e ricompresi coloro i quali la normativa assegna un potere di controllo e/o vigilanza e/o ispezione e/o di Polizia Giudiziaria sulle attività svolte da una data categoria di persone siano esse fisiche ovvero giuridiche (queste ultime intese latu sensu).

Spero di essere strato esauriente nella mia risposta; se così non fosse resto a tua disposizione.

Un cordiale saluto.

 

Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

 

 

Risposta al quesito del Tdp Pignone.    I requisiti igienico - sanitari previsti per un locale di ristorazione sono stati fissati per tutelare la salute pubblica e, consequenzialmente, debbono intendersi propedeutici all’inizio di ogni attività; in altre parole i requisiti previsti dalla normativa debbono essere posseduti già all’inizio dell’attività, non rilevando, in proposito, il mancato controllo o la mancata contestazione della mancanza di taluni requisiti strutturali dopo anni di indisturbato svolgimento dell’attività di che trattasi (il concetto lo riprenderò più oltre). Detto questo, ed entrando nello specifico, si ritiene che l’ordinanza sindacale che impone l’adeguamento entro 60 giorni ai requisiti strutturali sia illegittima per i motivi sottoriportati: 

  1. l’art. 50, comma 5, D. Leg.vo18.08.2000, n 267, testualmente prevede che “In particolare, in caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale le ordinanze contingibili ed urgenti sono adottate dal Sindaco, quale rappresentante della comunità locale.” A sommesso avviso del sottoscritto non è configurabile come “emergenza sanitaria” il constatare, dopo alcuni anni dal rilascio dell'autorizzazione sanitaria, che un certo locale è sprovvisto di servizi igienici riservati al personale (nella fattispecie esiste un solo servizio igienico sia agli avventori sia ai lavoratori che, nel caso esaminato, sono due e fra di loro fratelli);

  2. il succitato D. Leg.vo 267/00 ha abrogato (comma 1, lettera a) dell'art. 274) il R. D. 03.03.1934, n 383 (per meglio dire: quanto restava del R. D.) e, consequenzialmente, non ha più il potere di emettere altro tipo di ordinanze se non quelle previste dal succitato art. 50 D. Leg.vo 267/00;

  3. il D. Leg.vo 155/97, essendo norma attuativa delle direttive 93/43CEE e 96/3/CE, è norma di valenza superiore a quelle proprie dell'ordinamento italiano (art. 11, proposizioni 2 e 3, Cost.);

  4. ammettendo anche, per solo amore di discussione, che si possa configurare come “emergenza sanitaria” la situazione sopradescritta, l'ordinanza sindacale non può fare astrazione da quanto previsto dall’art. 8, comma 2 D. Leg.vo 155/97, ovvero che l’adeguamento richiesto debba essere eseguito entro un “… termine prefissato, comunque non inferiore a 120 giorni…”;

  5. la delibera della Giunta Regionale è un atto che non ha forza di Legge, poiché il D. Leg.vo 155/97 non prevede che siano adottate delle Giunte Regionali "linee guida" di sorta, così come invece ha fatto la Giunta della Regione Liguria;

  6. altro elemento di illegittimità (duplice addirittura!) è insito nella stessa ordinanza sindacale, ovvero l'insanabile contraddizione fra i 60 giorni concessi per l’adeguamento ed i 120 giorni per il ricorso Straordinario al Presidente della Repubblica! Come sarà possibile esercitare il diritto di presentare un ricorso e, nel contempo, dover eseguire quanto “ordinato”? Forse si potrebbe risolvere il quesito presentando il ricorso prima della scadenza dell’ordinanza, ma, a questo punto, sorge un ulteriore problema: può una semplice ordinanza decurtare (fra l’altro dimezzandoli ampiamente!) i termini, posti a garanzia del ricorrente, previsti per difendersi da un presunto torto subito inoltrando il Ricorso Straordinario al Presidente della Repubblica? La risposta è ovvia: NO! In secondo luogo può una Delibera di Giunta modificare una disposizione contenuta in un decreto attuativo di due Direttive Europee? Ancora una volta la risposta è NO!;

  7. occorre fare un'altra riflessione: se un esercizio è in possesso di una regolare Autorizzazione Sanitaria e non sono state effettuate variazioni di sorta rispetto a quanto autorizzato è possibile ordinare adeguamenti che prevedono la costruzione di strutture che dovevano essere presenti all'inizio dell'attività, ancorché non ritenuti necessaria suo tempo?

La risposta è un poco complessa: in effetti, come accennavo all'inizio dello scritto, i requisiti di che trattasi sono riconducibili in ambito della tutela della salute pubblica e, consequenzialmente, debbono essere posseduti fin dall'inizio dell'attività soggetta ad autorizzazione sanitaria. D'altro canto però si può legittimamente dedurre che, nell'iter istruttorio necessario al rilascio dell'Autorizzazione Sanitaria, si sia valutato che l'utilizzo promiscuo dell'unico servizio igienico da parte dei clienti e dei due lavoratori non presentasse fattori di rischio tali da dover negare la richiesta Autorizzazione Sanitaria, tanto più se la struttura di che trattasi è inserita in ambito urbanistico definito come "Centro storico", ove, per i locali esistenti, sono concedibili specifiche deroghe.

Segnalo, per completezza, che l'impossibilità del soggetto obbligato ad ottemperare alle prescrizioni impartite, porterebbe lo stesso a cessare l'attività, con un consequenziale, notevole, danno economico. Ovviamente la valutazione del citato danno economico che il titolare dell'attività potrebbe soffrire non rientra fra i nostri criteri di valutazione, ma occorre valutare l'ipotesi che l'interessato potrebbe intentare una causa nei confronti di chi, a suo tempo, ha rilasciato il parere igienico sanitario prima e l'Autorizzazione Sanitaria dopo, magari dimostrando di non aver approfittato di determinate condizioni a lui favorevoli nella convinzione (documentata!) di essere in regola con quanto previsto dalla normativa (strada irta e difficile fin che si vuole ma non impossibile, a mio sommesso avviso).

Conclusioni:

Personalmente ritengo che la procedura adottata sia viziata da più di un sospetto di illegittimità, ad iniziare dalla delibera di Giunta che ha stravolto quanto previsto dal D. Leg.vo 155/97, che ha introdotto, fra l'altro, una procedura che non tiene conto, tacendone l'esistenza, del D. Leg.vo 17.01.1997, n 58, "resuscitando", di fatto e surrettiziamente, il "vecchio, caro" Vigile Sanitario, ovvero il mero "occhio che vede", disgiunto da ogni capacità decisionale autonoma che pure la normativa assegna ai Tecnici della Prevenzione.

 

Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

Quesito: Carissimo collega, complimenti vivissimi per la rubrica. Vorrei porti subito un quesito a cui tengo in maniera particolare. Tralasciando i particolari, vengo subito al dunque: a seguito di un esposto a cura di un dipendente, può il T.d.P. svolgere indagini in merito ad azione di mobbing?  Secondo il mio modesto parere, essendo il sottoscritto un Tecnico della Prevenzione (servizio di Medicina del Lavoro), non ha e non può avere competenze che esulino dal proprio campo. Nel merito, il fenomeno del mobbing, al di là che sia "codificato" e normato da leggi specifiche, può essere dimostrato solo per le sue "conseguenze" di danni che questi ha provocato in un soggetto, sia in termini psichici che fisici. Ed è per questo che credo che la materia debba  investire solo ed esclusivamente l'area medica. In sostanza, un soggetto " mobizzato" di certo non può essere "visitato" od "ispezionato" da un T.d.P.  Io credo che una eventuale azione da parte di un T.d.P., nella fattispecie: interrogare, sentire a spontanee dichiarazioni etc., sia un vero "esrcizio abusivo della professione medica, oltre che un abuso d'ufficio.  Ti prego di rispondermi al più presto poichè, con la mia dirigente siamo arrivati veramente alle "brutte", data la sua insistenza e convinzione che il "mobbing" è "materia" del T.d.P.

Grazie ancora.

prof. Maurizio Picarella

 

"Carissimo Carlo, ti ringrazio per la risposta. Ovviamente mi ha notevolmente confortato.  Ti autorizzo con molto piacere alla pubblicazione. Grazie ancora e... auguri.   Maurizio Picarella, T.d.P."

 

Carissimo Collega, grazie per i tuoi complimenti alla rubrica (spero di potermi rendere utile ai Colleghi). Veniamo al dunque. Il “mobbing” cosiddetto è, senza dubbio alcuno, una delle azioni più riprovevoli che un soggetto possa porre in atto nei confronti altrui, soprattutto per le sue implicanze psicologiche, prima ancora che fisiche, che comporta a carico del soggetto colpito. È un dovere del datore di lavoro, direttamente od attraverso opportune commissioni, da un lato accertare e perseguire chi pone in essere tali comportamenti e dall’altro proteggere chi è vittima di tale pratiche.  Come vedi nell’introduzione ho già tratteggiato, a grandi linee, quello che penso in materia di competenze: l’Azienda presso cui lavori ha tutti i diritti e, direi soprattutto, i doveri di accertare la sussistenza di situazioni che possano essere qualificate come “mobbing”, anche conducendo inchieste interne.  Condizione necessaria al fine di poter riconoscere l’esistenza della situazione denunciata dall’esposto che mi hai citato è l’esistenza di danni psicofisici indotti dalle vessazioni subite sul posto di lavoro come ben evidenziato dalla Suprema Corte di Cassazione in sentenza 24 gennaio 1990, n 411, che, richiamandosi all’art. 2043 del Codice Civile ha riconosciuto che “… il bene della salute costituisce oggetto di un autonomo diritto primario e quindi il risarcimento per la sua lesione non può essere limitato alle conseguenze che incidono soltanto sulla idoneità del soggetto a produrre reddito e cioè al danno patrimoniale inteso come diminuzione del reddito per esborsi di denaro (cure e/o trattamenti medici o acquisto di prodotti farmaceutici) cosiddetti danno emergente, o come possibilità di perdita di guadagno a causa della condotta del molestatore (lucro cessante), ma deve essere esteso al danno biologico inteso come lesione inferta al bene dell’integrità psichica in sé e per sé”.   Venendo al problema che mi hai esposto, ovvero la convinzione del Dirigente che sia compito del T.d.P. svolgere indagini volte ad accertare la sussistenza, ovvero l’insussistenza, delle situazioni denunciate da un dipendente ritengo che tale interpretazione non trovi fondamento alcuno né nel D. M 58/97 né nell’art. 57 C.P.P., comma 3. Unica possibilità che intravvedo potrebbe essere la partecipazione di un T.d.P. ai lavori della commissione d’inchiesta interna, beninteso per la parte di stretta competenza, nel caso che il caso di “mobbing” segnalato riguardi un T.d.P. di livello almeno pari (intervenendo, ad es., per valutare se è stata rispettata la normativa che disciplina l’attività, gli ambiti d’intervento, le funzioni ecc. del T.d.P.). in tutti gli altri casi, a mio sommesso avviso, si corrono alcuni rischi, primo fra tutti l’invalidità di tutti gli accertamenti svolti per difetto di competenza e, in secondo luogo (come, d’altro canto, hai ben evidenziato) si corre il rischio di commettere il reato di cui all’art. 348 C.P.P. (per inciso: anche il Dirigente che insistesse ad affidare al solo T.d.P. le indagini di che trattasi potrebbe, se i presupposti su cui si fonda il mio ragionamento sono corretti, incorrere, a sua volta, nella fattispecie di reato prevista dall’art. 414 C.P.P.).  L’attuale “vuoto normativo”, costituito da una carenza di normative specifiche a tutela del lavoratore non è tale da lasciare senza tutela il soggetto aggredito: a tale scopo sono pienamente utilizzabili gli artt. 572, 590 e 610 C.P.  Sottolineo che l’art. 572 è inserito nel Titolo XI “Dei delitti contro la famiglia”, Capo IV “Delitti contro l’assistenza Familiare”, mentre gli artt. 590 e 610 appartengono al Titolo XII “Dei delitti contro la persona”, rispettivamente al Capo IV “Dei delitti contro l'assistenza familiare” ed al Capo III “Dei delitti contro la libertà individuale”, Sezione III “Dei delitti contro la libertà morale.”  (riporto, a sostegno di quanto sopra, un’interessante sentenza della Suprema Corte di Cassazione Sezione VI Penale Sentenza 12 marzo 2001, n 10090/2001 secondo la quale “il datore di lavoro che maltratta un dipendente con minacce, insulti e violenze fisiche e morali, sottoponendolo a massacranti turni lavorativi, è responsabile del reato di maltrattamenti in famiglia, perché il dipendente è assimilabile ad un membro della famiglia.”)  Non ritengo che si possa configurare come attività propria del T.d.P. perseguire i reati di cui ai succitati articoli, poiché la qualifica di U.P.G. propria del T.d.P. non è di portata generale, bensì conosce il limite “… del servizio cui sono destinate e secondo le rispettive attribuzioni, le persone alle quali le leggi e i regolamenti attribuiscono le funzioni previste dall’art. 55 “ di cui all’art. 57 C.P.P. ed io, francamente, non conosco norma alcuna che ci assegni competenze in merito. Spero di essere stato chiaro nell’esporre il mio pensiero e di esserti stato di aiuto.  Chiedendo scusa del ritardo ti invio i miei migliori saluti e ti chiedo l’autorizzazione a pubblicare quesito e risposta sul sito. A presto.

Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

 

 

Caro Carlo sottopongo alla tua attenzione la situazione in cui si trovano ad operare i Tecnici della Prevenzione del P.M.P. di Portoscuso facente capo alla ASL n° 7 di Carbonia in provincia di Cagliari.
  Premetto il fatto che in Sardegna l'ARPA non ha ancora raggiunto la maggiore età,  che ancora esistono i PMP, e che il suddetto è nato in funzione della presenza di un polo industriale che comporta l'esistenza di un'area ad alto rischio ambientale,  con la  finalità quindi di salvaguardare la salute pubblica con tutti gli strumenti che dalla legge gli vengono demandati, con particolare riferimento proprio alla presenza dell'area ad alto rischio ambientale.
  Ai Tecnici (tutti) del PMP non viene riconosciuta la Qualifica di UPG da parte dell'ASL di appartenenza la quale, sollecitata dalla richiesta formulata da un legale da noi incaricato, risponde asserendo che tale qualifica verrebbe attribuita dal Prefetto su proposta del Presidente della Regione dopo le imprescindibili valutazioni dell'Azienda;  non sarebbe da ritenersi legittima nemmeno la relativa indennità in quanto nel PMP non si svolgerebbe attività di vigilanza e ispezione.
  Ovviamente nella struttura in questione si svolge l'attività tipica per la quale la stessa è nata, ovvero controlli delle:
 

Inoltre verifiche di: impianti di sollevamento, impianti in pressione, impianti elettrici; inquinamento acustico e da eletrosmog ed altro ancora.
Ovviamente si eseguono i  consueti interventi richiesti dall'Autorità Giudiziaria a da altre forze di Polizia.
Invero non si capisce da quali presupposti nasca il parere espresso dall'Azienda che certamente lascia gli operatori interdetti ed in estrema difficoltà nell'espletamento delle funzioni che gli sono affidate, chiedo quindi un Tuo intervento in merito.
Allego alla presente la nota di risposta dell'Azienda.
Cordiali saluti.

TdP Antonello Casu   

 

 

Nota del Collega Antonello Casu che autorizza la pubblicazione.

"Carissimo Carlo ho ricevuto vero  piacere la tua nota relativa al problema UPG. In riferimento alla pubblicazione della stessa sul sito, la mia richiesta riguardava solamente la nota inviata al responsabile del servizio, di conseguenza la pubblicazione  della Tua risposta sul sito sarebbe cosa veramente gradita. Cordiali saluti.
Antonello Casu."

 

Risposta: Caro Collega, mi scuso del ritardo con cui ti scrivo, ma, come avrai appreso anche dal sito, ho avuto una serie di difficoltà legate alla Telecom. Venendo al problema segnalatomi: la vostra Azienda cita, quali requisiti necessari per essere considerati, a pieno titolo, U.P.G. il possesso della nomina Prefettizia ex art. 27, D.P.R. 616/77 ed art. 56 ss. C.P.P.; ovviamente, partendo da tali presupposti, le vostre legittime richieste di vedere riconosciuta la qualifica di U.P.G. e l’erogazione, consequenziale, della relativa indennità (peraltro prevista dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) non hanno possibilità alcuna di essere accolte (conseguenza logica di un ragionamento viziato “ab origine” di manifesta illogicità!). Inoltre, come se questo non bastasse, l’Azienda ritiene scontato un fatto che non solo non è scontato, ma, anzi, non è suffragato da norma alcuna, ovvero che è U.P.G. solo colui che svolge le funzioni “.. ispettive e di controllo previste dall’art. 27 D.P.R. 24.07.1977, n 616”!!! Domanda: e chi lo ha detto? Dove è scritto ciò? Mi spiego: il D.P.R. 616/77, come ho già avuto modo di pubblicare sul sito, rappresenta una DEROGA alla norma, di carattere generale, che conferisce la qualifica di U.P.G. ai Tecnici della Prevenzione, anche se tale incontrovertibile dato di fatto non è accettato da tutti; da più parti, infatti, si cerca di ridimensionare, in tutti i modi, l’enorme portata innovatrice del D. M. 17 gennaio 1997, n 58 e, consequenzialmente, non si vuol accettare che la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria attualmente deriva, al di là d'ogni ragionevole dubbio, "ope legis" dal D. M. 58/97 stesso (precisamente all'art. 1, comma 2.  Riguardo a quest'ultimo aspetto occorre essere chiari e sgombrare il campo da qualsiasi interpretazione fuorviante in merito. L’art. 57 C.P.P. identifica chiaramente due diverse figure di U.P.G.: una con competenze che possono essere definite di portata generale ed un'altra che conosce il "… limite del servizio cui sono destinate e secondo le rispettive attribuzioni …", identificando, nello stesso tempo, in questa fattispecie "… le persone alle quali le leggi ed i regolamenti attribuiscono le funzioni previste dall'art. 55." e, consequenzialmente, il regolamento di cui al Decreto Ministeriale n 58/97 va letto, interpretato e coordinato proprio in relazione all'art. 57, comma 3, del Codice di Procedura Penale.  È nell'ambito di questa seconda figura di U.P.G. che si collocano i Tecnici della Prevenzione, poiché è il D. M. 58/97 (atto avente forza di legge) che attribuisce tale qualifica, non rilevando, in proposito, l'Autorità che, in forza di altre norme, è deputata all'adozione degli atti certificativi della qualifica di U.P.G. ed al rilascio della relativa tessera di riconoscimento.  In altre parole non è "più" U.P.G. (o, peggio ancora, “esclusivamente” U.P.G. come, invece, pare ritenga l’Az. USL di Carbonia) il Tecnico della Prevenzione di nomina Prefettizia ex D.P.R. 24.07.1977, n 616 (che, si sottolinea ancora una volta, costituisce una vera e propria eccezione alla regola generale) rispetto a chi tale qualifica ha ottenuto, ad es., dal Direttore Generale dell'Azienda USL, poiché, come detto poc’anzi, è la Legge che conferisce la qualifica di U.P.G., mentre all'Organo preposto alla “nomina” spetta il compito di accertare prima e certificare poi la sussistenza, in capo al diretto interessato, dei requisiti previsti dalla normativa.   La discrezionalità dell’Azienda di cui si è dipendenti non può, a mio sommesso avviso, spingersi oltre il limite tracciato dal D. M. 58/97, ovvero “… nei limiti delle proprie attribuzioni, ufficiale di polizia giudiziaria …” (art. 1, comma 2, D. M. 58/97). Da questo discende che è l’inquadramento di un Operatore quale “Tecnico della Prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro” che conferisce il diritto al possesso della qualifica di U.P.G. da parte dell’Operatore stesso, né potrebbe essere diversamente, atteso che il personale di che trattasi è stato assunto proprio per essere adibito a determinate funzioni e non ad altre, ovvero, in ogni caso ed a maggior ragione, se, successivamente all’entrata in vigore del D. M. 58/97, a tale Personale è stata assegnata la qualifica di “Tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro” (ovviamente vale sempre la procedura ex D.P.R. 616/77 che, ribadisco ancora una volta, costituisce una vera e propria eccezione alla regola generale per coloro che hanno specifiche competenze nel settore regolato da questa norma).   Ultima considerazione: il Diritto Amministrativo prevede ed ammette la richiesta di un ordine scritto rivolto al diretto superiore gerarchico e, una volta ricevuto tale ordine, lo stesso deve essere fedelmente e prontamente eseguito, fatta salva la possibilità di adire le vie legali nei modi e nei tempi previsti.   Spero di essere stato di qualche aiuto a te ed al Collega Aru. Confermando la disponibilità a dare un contributo diretto presso di voi, nel caso voleste organizzare un pubblico convegno sul tema, resto a disposizione per ogni evenienza futura e ti invio i miei migliori saluti che ti chiedo di estendere, a mio nome, a tutti i Colleghi dell’Azienda USL di Carbonia.

 

Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

 

 

Quesito: Il mio capo si è impuntato a misurare a cuore dei brik di latte fresco la temperatura c/o i punti vendita

Abbiamo affrontato la problematica e riamo rimasti indecisi sul da farsi :

Caso 1 ) la temperatura è inferiore a 4 C° ( temperatura dichiarata dal produttore) OK prodotto idoneo

Caso 2 ) temperatura sup a 6 C° art 5 comma 6, L.3/5/89 n. 169 con relativa sanzione (art. 8 stessa legge ) ma del prodotto che se ne fa ??? se è sup a 6 C° è anche in cattivo stato di conservazione?? o può essere ricondizionato ??

caso 3) sup a 4 inf a 6 C° che si fa?? Il produttore dichiara "il prodotto deve essere conservato da 0 a +4 C°”

Se mandi questa mail a chi mi puo aiutare grazie ..

TdP Battistini Stefano

 

Risposta: Caro Stefano, sono Carlo Oriani (mi trovi sul sito UNPISI - Ufficio Tecnico Giuridico). Gianluca mi ha “girato", per competenza, il tuo quesito.

Premesso che io lavoro all'Igiene Pubblica e che, consequenzialmente, mi sono dovuto documentare per bene (per questo ti rispondo in ritardo) vado a risponderti.

Il quesito che mi poni è, in realtà, un insieme di quesiti, intimamente connessi e consequenziali.

Per quanto concerne la temperatura cui deve essere mantenuto il latte fresco a mio giudizio il riferimento è il dichiarato in etichetta, ovvero l’intervallo di temperatura compreso fra 0° e + 4° C. Vero è che il 6° comma dell’art. 5, L. 03.05.1989, n 169, prevede espressamente che “Presso i punti di vendita la temperatura di conservazione del latte sottoposto a trattamento di pastorizzazione deve essere compresa fra +1  e +6 gradi centigradi”.

Nella seconda parte dell’allegato C di cui all’art 51 D.P.R. 26.03.1980, n 327, cui fa riferimento il 5° comma del succitato art. 5, L. 169/89, (così come risulta sostituito dal D. M. 10.04.1980, n 178) è inserito il “latte pastorizzato in confezioni” per il quale è previsto un intervallo di temperatura compreso fra 0° e + 4° C e, nello stesso allegato è riportata la temperatura massima raggiungibile durante il tempo di distribuzione frazionata, ovvero +9° C.

La cosa, come vedi, si ingarbuglia un pochino. Se si trovasse un latte con una temperatura di, poniamo, 7° C occorrerebbe effettuare tutta una serie di verifiche per escludere che la temperatura eccessiva non dipenda dalle operazioni di consegna frazionata, poiché solamente in questo caso si potrebbe ipotizzare l’integrazione della violazione di cui all’art. 5, lettera b) L. 30.04.1962, n 283 (cattivo stato di conservazione), oppure dal fatto che la confezione di latte sia stata collocata al centro di una partita di latte che è stata oggetto di consegna frazionata e, pertanto, non ha fatto in tempo a rientrare nei limiti di temperatura previsti.

Voglio spendere due parole sul punto “cattivo stato di conservazione”, che è altra cosa da “prodotti avariati”; il cattivo stato di conservazione si concreta nel momento in cui le condizioni di conservazione non sono conformi a quelle previste dalla normativa e/o dalle modalità di conservazione previste dal produttore e riportate sull’etichettatura, indipendentemente dalle alterazioni che il prodotto abbia subito. Nel caso, invece, che il prodotto sia anche alterato si potrebbero ipotizzare anche le fattispecie dei reati di cui agli artt. 444, 448 e 452 C.P. oltre a quella prevista dall’art. 5, lettera d) l. 283/62.

Ovviamente, per poter sostenere tali ipotesi di reato occorre effettuare le relative analisi di laboratorio, volte all’accertamento dell’effettivo fattore di rischio per la salute pubblica presentato dal prodotto che si suppone sia anche “avariato”.

Per quanto concerne la sanzione di cui all’art. 8 della L. 169/89 ritengo che essa debba soccombere se si adotta il criterio del cattivo stato di conservazione, poiché tutte le violazioni di cui all’art. 5, L. 283/62 sono di natura penale.

Infine per quanto riguarda la domanda se il latte che presenti una temperatura superiore a quella prevista possa o meno essere “ricondizionato” mi atterrei a quanto previsto dal D. Leg.vo 155/97, segnatamente l’art. 3 del citato Decreto, ovvero prescriverei (in senso tecnico) al Responsabile “dell’industria alimentare” di  formalizzare nel piano di autocontrollo quali sono, secondo la sua analisi, le “decisioni da adottare riguardo ai punti critici individuati, cioè a quei punti che possono nuocere alla sicurezza dei prodotti” al fine di pervenire alla “individuazione ed applicazione di procedure di controllo e di sorveglianza dei punti critici”.

In altre parole non spetta a noi individuare i “rimedi” da adottare di volta in volta, bensì ci spetta, prima di tutto, il compito di valutare compiutamente i correttivi che il Responsabile dell’industria alimentare intende porre in essere per garantire la salubrità degli alimenti e la consequenziale tutela della salute pubblica (valutazione che si formalizza attraverso l’espressione di un motivato parere igienico-sanitario) e, successivamente, vigilare affinché i rimedi stessi siano effettivamente posti in essere.

Spero di esserti stato utile con queste brevi note. Resto a disposizione per ogni esigenza.

 

Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

 

Quesito: Egregio collega, sono un tecnico del Dipartimento di Prevenzione e ho in corso una verifica presso un allevamento di galline ovaiole. A tal proposito vorrei sapere quali sono le modalità di smaltimento della pollina e lo smaltimento delle ceneri derivanti dalla combustione delle galline.

Gradirei conoscere altresì quali autorizzazioni devono essere esibite.

 

Risposta: Egregio Collega,  scusa se ti rispondo in ritardo, ma, come avrai saputo dal sito, a causa di un guasto sul cavo terrestre verificatosi nel mio quartiere, sono stato isolato telefonicamente per un paio di settimane circa.

Veniamo al quesito.

Mi sono informato presso l’Ufficio ARPA di Fidenza e mi hanno confermato che le modalità di smaltimento della pollina sono analoghe a quelle delle altre deiezioni animali, provenienti da attività di produzione agricola primaria, ovvero è possibile prevedere il loro impiego quali ammendanti/fertilizzanti, spandendoli su di un terreno agricolo in quantitativi che non siano tali da farli rientrare in una attività inseribile nell’ambito degli smaltimenti.

Tale pratica agronomica, adottata da tempo nella normale attività agricola, deve essere debitamente autorizzata, tenendo conto di tutti i fattori che la caratterizzano e la relativa richiesta deve essere inoltrata a firma del titolare dell’allevamento di che trattasi, che dovrà allegare una planimetria, con i relativi riferimenti catastali, dei terreni che saranno oggetto dello spandimento e sui quali non dovrà essere superato il quantitativo massimo di peso vivo allevabile per ettaro.

Per quanto concerne le ceneri derivanti dalla combustione delle galline esistono due possibilità: o si procede alla loro smaltimento in discariche autorizzate per la tipologia dei rifiuti di che trattasi, oppure si può ipotizzare il loro utilizzo come (ancora una volta) fertilizzanti/ammendanti del potere nutritivo del terreno. In quest’ultimo caso, trattandosi di una pratica di recente introduzione nel contesto della pratica agronomica, occorre anche “dimostrare” che il loro apporto al terreno sia effettivamente utile alla produzione agricola e non sia assolutamente configurabile come puro e semplice metodo di smaltimento e che il loro impiego non presenti rischi per la salute pubblica e/o per le colture interessate.

Spero di avere risposto al tuo quesito e resto a disposizione per ogni evenienza.

Cordiali saluti.

Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

Testo della risposta al quesito della Ditta D'Alessandro Confetture

Buongiorno, sono Carlo Oriani, Tecnico della Prevenzione - Ispettore Micologo, Segretario Provinciale e responsabile dell'Ufficio Tecnico Giuridico della Segreteria Nazionale dell'U.N.P.I.S.I..

Il Collega Mezzadri (che legge per conoscenza) mi ha "girato", per competenza diretta, il Vostro quesito circa l'obbligo di indicare, in etichetta, l'impiego di frutta surgelata per la produzione dei Vostri prodotti (nella fattispecie confetture).

Nel quesito si fa cenno ad una contestazione effettuata da Personale appartenente ai N.A.S. dell'Arma, perciò, per esprimere compiutamente un parere in merito gradirei conoscere anche quale sono i reali termini della contestazione, ivi compresa la norma che Essi ritengono violata, e la tipologia dei Vostri prodotti.

In ogni caso posso abbozzare una prima, interlocutoria, risposta, partendo, da un'analisi della normativa.

Le norme per l'etichettatura sono riconducibili al D. Leg.vo 27 gennaio 1992, n 109 e successive modificazioni ed integrazioni.

La norma citata, all'art. 4, comma 3, stabilisce, in effetti, che "La denominazione di vendita comporta una indicazione relativa allo stato fisico in cui si trova il prodotto alimentare o al trattamento specifico da esso subito ... (omissis)". Come si evince chiaramente la denominazione di che trattasi deve fornire indicazioni sullo stato fisico del prodotto o su uno specifico trattamento da esso subito (il comma succitato elenca anche, in modo esemplificativo e non esaustivo, alcuni trattamenti, ad es.: in polvere, concentrato, liofilizzato, surgelato, affumicato). L'obbligo di indicare lo stato fisico è, però, circoscritto espressamente ed in via tassativa, ai soli prodotti alimentari da vendersi al consumatore e non è suscettibile d'estensione agli ingredienti di partenza utilizzati.

In positivo l'art. 5, comma 1, D.P.R. 08.06.1982, n 401, così come modificato dall'art. 4, D. I. 07.05.1992, n 400/R prevede che "La frutta utilizzata per la preparazione dei prodotti di cui all'art. 2 (al punto 2 trovasi la voce "confettura", n.d.s.) può essere sottoposta a trattamenti di calore o freddo, liofilizzazione o concentrazione, sempreché vi si presti tecnicamente.".

Da questa disposizione discende, ad es., l'esclusione dell'integrazione della violazione di cui all'art. 515 C. P., qualora, come nel Vs. caso, s'impieghi frutta surgelata per produrre confettura, oppure gelatina o marmellata, poiché il trattamento di surgelazione è, fuor di dubbio, una tecnica che prevede l'impiego del freddo e, pertanto, rientra nelle previsioni di cui al succitato art. 5 D.P.R. 401/82 e successive modificazioni.

Solo incidentalmente richiamo l'attenzione sul principio di specialità delle norme e del divieto, che da detto principio discende, di applicare per analogia norme speciali a fattispecie non espressamente previste nella norma stessa.

Ritengo, pertanto, che l'obbligo di evidenziare in etichetta che le sostanze alimentari di partenza utilizzate per produrre un certo prodotto sono surgelate non sussista e che ogni pretesa in merito sia priva di fondamento.

Mi riservo, in ogni caso, di esaminare più approfonditamente il Vostro quesito, dopo aver ricevuto indicazioni circa la contestazione dei N.A.S. dell'Arma e dell'etichetta contestata, possibilmente completa (magari "scannerizzata").

Nella speranza di essere stato di qualche aiuto, porgo i miei migliori saluti.  

Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

Testo del quesito della Collega Maria Rosaria Cozzolino.

"D'accordissimo con il tuo intervento,ma allora perché far transitare le informative di r. attraverso il responsabile dell'u.o. forse loro sono più uff.di p.g. di noi? Quale tra le due figure deve trasmettere la notizia di reato? Spesso sono loro ad avocare tale compito."

 

Risposta

Rispondo con un poco di ritardo alla e-mail della Collega Maria Rosaria (spero mi vorrà perdonare, ma fra malanni natalizi e feste …).

Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci, mettendoci d'accordo sul significato da attribuire, nella fattispecie, alla parola "trasmissione".

Con “trasmissione” non deve intendersi null’altro che l’atto di inviare, di trasmettere, per l’appunto, qualcosa da un soggetto, che può anche essere diverso dal mittente, ad un certo destinatario di ciò che si vuole giunga al destinatario stesso.

Da questo discende che la “trasmissione” è cosa ben distinta e diversa, ad es., di una elaborazione di un atto da parte di taluno; è appena il caso di aggiungere che l'atto elaborato è, in fatto ed in diritto, un atto affatto nuovo e diverso dal precedente, diventandone, consequenzialmente, un sostituto o, se si preferisce, un surrogato.

Questa mia interpretazione, già tempo addietro, ha trovato autorevole conferma presso l'allora Procuratore della Repubblica presso la Pretura di Parma, che, a seguito di una sollecitazione ad hoc (partita, a sua volta, da una precisa presa di posizione, in merito, del sottoscritto) ha impartito una disposizione che prevedeva:

In altri termini "onere ed onore" di sottoscrivere l'informativa vera e propria è sempre di chi, avendone titolo, ha effettuato l'intervento (latu sensu) ed al Responsabile resta il compito di dover formalmente trasmettere, così come è stato redatto, l'atto di che trattasi, senza rielaborazione alcuna (ovviamente critiche fatte con spirito costruttivo sono sempre ben accette e, in alcuni casi, sono addirittura doverose).

L'interpretazione del Magistrato mi trova assolutamente concorde (né può essere diversamente, visto che ha implicitamente riconosciuto la validità della mia interpretazione) per una molteplice serie di motivi, fra i quali mi limito ad indicare la necessità del Responsabile del Servizio, insita nel suo ruolo, di conoscere tutti gli atti prodotti dal Personale del Servizio, soprattutto di quelli aventi rilevanza esterna, conoscenza che, però, non comprende il potere di autonoma modifica o di rielaborazione dell'atto stesso.

Aggiungo che esiste pur sempre la possibilità di agire direttamente, anche in assenza od addirittura in netto contrasto col Responsabile o di chi ne fa le veci;  quest'ultima eventualità, ne convengo, è, nella realtà di tutti i giorni, piuttosto remota da verificarsi per ovvi motivi.

Poniamo però, a puro ed esclusivo titolo accademico di discussione, il caso di un Responsabile che, avocando verbalmente a se una certa pratica, finisca per "insabbiarla". Poniamo, sempre per amore di discussione, che, successivamente (magari anche a distanza di molto tempo), un qualsiasi altro Organo di vigilanza accerti l'avvenuto "insabbiamento": Bene  (anzi: male!), personalmente non vorrei essere nelle "penne" degli accertatori, poiché, a mio giudizio, esistono serissime possibilità di restare ... "spennato" prima e "messo in pentola" dopo!.

Ovviamente è solo un'ipotesi accademica e, come tale, destinata a restare. Però la seconda parte dell’ipotesi suddetta si è realmente verificata: non aggiungo altri particolari poiché il procedimento è tutt’ora in corso e la riservatezza, in questa fase, è assolutamente doverosa.

Spero di essere stato chiaro e di aver risposto, seppur brevemente, al quesito di Maria Rosaria.

Resto comunque a disposizione per ogni futura evenienza.

Per il momento un saluto a tutti e buona continuazione delle feste.

 

Carlo Oriani

Ufficio Tecnico Giuridico

U.N.P.I.S.I.

 

Testo del quesito del Collega Mauro Antonio Buzzoni:

“Caro Carlo ti chiedo di analizzare il seguente quesito sottopostomi da alcuni colleghi Piemontesi e Laziali. Il Decreto 58/97 individua caratteristiche, competenze e funzioni dell'operatore sanitario, ufficiale di P.G., addetto a svolgere le proprie mansioni nelle diverse materie specialistiche conferendone al medesimo, di conseguenza, l'abilitazione ad esercitare le proprie funzioni istituzionali nel generale campo di applicazione "interdisciplinare". Diversamente l'art. 21 della Legge 833/78 sembrerebbe condizione.”

Risposta con parere su funzioni di UPG

Le funzioni di U.P.G. derivano, in primo luogo dal Codice di Procedura Penale, che, ai sensi dell’art. 117 Costituzione, è materia riservata, in via esclusiva, alla Legislazione dello Stato. Il Codice di Procedura Penale opera una distinzione fondamentale fra la P.G., identificando chiaramente due diverse figure di U.P.G. (art. 57 C.P.P.): una (comma 1) con competenze che possono essere definite di portata generale ed un'altra (comma 3) che conosce il "… limite del servizio cui sono destinate e secondo le rispettive attribuzioni …", inserendo in questa fattispecie "… le persone alle quali le leggi ed i regolamenti attribuiscono le funzioni previste dall'art. 55." e, consequenzialmente, il Decreto Ministeriale n 58/97 va letto, coordinato ed interpretato in relazione al 3° comma dell'art. 57 del Codice di Procedura Penale, così come, del resto, deve farsi con l’art. 21 della Legge 833/78 (che, sottolineo, è una chiara eccezione alla norma generale e, come tale, non suscettibile di applicazione per analogia). Occorre poi operare un’ulteriore distinzione fra le competenze genericamente attribuite alla figura del Tecnico della prevenzione in quanto tale, così come è identificato dal D.M. 58/97, e le competenze specifiche che sono attribuite dalle Leggi (ivi comprese gli atti aventi forza di Legge) e dai Regolamenti, ai Servizi nei quali si esplica e si estrinseca la sua attività. Poiché è la Legge che conferisce la qualifica di U.P.G., all'Organo preposto alla cosiddetta “nomina” spetta, in realtà, il compito di accertare prima e certificare poi la sussistenza, in capo al diretto interessato, dei requisiti previsti dalla normativa: ovviamente fra i requisiti il più importante, dal punto di vista del “campo di azione” riconosciuto al T.d.P.-U.P.G., è l’appartenenza ad un certo Servizio piuttosto che ad un altro. In altre parole, il D. M. 58/97 ha attribuito a tutti i T.d.P. la qualifica di U.P.G. (facendo giustizia, fra l’altro, dell’annosa questione Ufficiale o Agente), ma non ha inciso, né avrebbe potuto farlo, sulle specifiche attribuzioni dei singoli Servizi e, consequenzialmente, del “campo d’azione” proprio del T.d.P. assegnato ad un determinato Servizio. In ultima analisi è l’assegnazione ad un certo Servizio, piuttosto che ad un altro, che determina le competenze di U.P.G. del T.d.P., costituendone il limite di cui al 3° comma dell’art. 57 C.P.P., poiché il D. M. 58/97 non contiene “in re ipsa” norma alcuna che attribuisca, al T.d.P., una competenza generale di U.P.G. in ambito riconducibile alla “prevenzione sanitaria“, ma deve soggiacere al limite del servizio cui è destinato e secondo le rispettive attribuzioni.

Colgo l’occasione per fare una riflessione: in alcune occasioni, fra cui una anche pubblica in un convegno a Fidenza nel 2000, ho sostenuto che il D. M. 58/97 apre nuovi orizzonti al T.d.P., poiché appare fin da ora ipotizzabile un “confine” meno rigido per quanto concerne il limite fissato dall’art. 57 C.P.P. e non solamente riferito all’attività di P.G.. Considerando l’evoluzione della nostra professione e gli scenari futuri che si stanno delineando, al sottoscritto non appare peregrina l’idea di allargare l’ambito di intervento dei Tecnici della Prevenzione, almeno a quelli che operano nelle Aziende USL (per il discorso ambientale la questione è più complessa, visti gli esiti del referendum). Mi spiego, limitandomi a tratteggiare brevemente alcuni concetti. La nostra attività negli ultimi anni ha subito una profonda trasformazione, si è passati, in poco tempo, dal Vigile Sanitario “occhio che vede” al T.d.P. che, al contrario, non deve limitarsi a “vedere” o ad eseguire prelievi di sostanze varie da sottoporre ad analisi, bensì deve compiere una serie di atti e di valutazioni che tengano conto di una serie di fattori anche molto diversificati ed in autonomia; in altre parole il nostro lavoro è “multidisciplinare” ed anche il semplice prelievo, ad esempio, tanto semplice non è più, poiché anche il prelievo è, e deve essere, solamente l’atto finale di una serie di controlli, verifiche, valutazioni ecc. che ne costituiscono i presupposti. Partendo dalla “multidisciplinarità” degli interventi e dall’istituzione dei corsi di laurea di primo livello  per la nostra professione, assurta al rango di professione sanitaria (ed in questo contesto occorre aggiungere il D. M. 27 luglio 2000), ritengo sia ora di discutere della possibilità per il T.d.P. di ampliare la propria specifica sfera di competenza ad un’area più vasta che si definirei “d’azione comune”. Mi chiedo e chiedo perché mai se un Collega, poniamo, del S.P.S.A.L. (che, sottolineo, è un T.d.P. come tutti gli altri), durante un sopralluogo in una qualsiasi industria alimentare nota, poniamo, alimenti avariati, debba chiamare il Collega del S.I.A.N. per operare un sequestro invece di procedere direttamente. Ovviamente questa ipotesi non è avulsa da un progetto a più ampio respiro che, pragmaticamente, porti alla istituzione di un “Servizio di Vigilanza” staccato ed autonomo dai Servizi, dotato di una propria Dirigenza composta esclusivamente da Tecnici della Prevenzione, con aree di specializzazione ecc. ecc.. Il discorso è molto vasto e merita un dibattito molto ampio per arrivare a posizioni condivise. Ne parleremo in altre occasioni, che, mi auguro, non mancheranno.

Riassumendo e rispondendo al tuo quesito: il D.M. 58/97 assegna a tutti i Tecnici della Prevenzione la qualifica di U.P.G. (sottolineo: a tutti e svincolata da qualsiasi forma di discrezionalità da parte dell’Ente di appartenenza), ma essa soggiace al limite di cui al 3° comma dell’art. 57 C.P.P.; in altre parole il D.M. 58/97 ha provveduto a dirimere, una volta per tutte, la “vexata quaestio” circa la qualifica di Agente o Ufficiale di Polizia Giudiziaria da attribuire al T.d.P., ha sottratto alla Direzione dell’Ente di appartenenza la discrezionalità di “concedere” o meno tale qualifica, ma non ne ha ampliato le competenze, lasciando inalterato il limite, fissato dal succitato 3° comma dell’art. 57 C.P.P.. Pertanto, se è ben vero che un T.d.P., in virtù del possesso della Laurea di primo livello specifica, ovvero in forza del D. M. 27 luglio 2000, ha la capacità professionale necessaria e sufficiente per svolgere tutte le attività di cui al D.M. 58/97, non è detto che il T.d.P. possa agire come U.P.G. in ambiti non ricompresi nell’attività del Servizio cui è assegnato, poiché sarebbe una palese violazione di quanto disposto dal 3° comma dell’art 57 C.P.P.. È in questa ottica che, attualmente, deve essere letto l’art. 21 della L. 833/78, ovvero una disposizione di Legge che, in concorso con altre e, soprattutto, in espressa deroga rispetto alla norma di portata generale, contribuisce ad identificare in modo certo "… le persone alle quali le leggi ed i regolamenti attribuiscono le funzioni previste dall'art. 55.", con riferimento all’esercizio delle funzioni ispettive e di controllo in materia di Igiene e sicurezza del lavoro. … Però, se ci impegnassimo per far si che la parola “Servizio” non sia riferita al singolo Servizio, bensì estesa a tutto il “Servizio Sanitario Nazionale”?. Pensiamoci.

Carlo Oriani

 

QUALIFICA DI UFFICIALE DI POLIZIA GIUDIZIARIA

Dott. Carlo Oriani,  4/02/2005

 

Con l’entrata in vigore del D. Leg.vo 58/97 sembrava che l’annosa disputa circa il possesso, o meno, della qualifica di U.P.G. da parte dei Tecnici della Prevenzione fosse, finalmente, definitivamente risolta in senso positivo; stante le numerose e-mail che il sottoscritto riceve in merito, debbo, purtroppo, prendere atto che il D. Leg.vo 58/97 succitato non solo non ha posto fine all’annosa e sterile disputa in merito, ma anzi ha, in modo del tutto imprevedibile, riacceso la disputa stessa, con interventi che mirano ad escludere, ovvero a limitare grandemente, il possesso di tale qualifica.

 

Da più parti, infatti, si alzano, periodicamente, voci che tendono a porre in dubbio il possesso di tale qualifica, oppure, da parte di talune Amministrazioni, si pongono in essere “atti” di vario tipo tendenti ad escludere il possesso della qualifica stessa o, quanto meno, a ridurne grandemente la portata.

 

Chiariamo subito cosa vuol dire essere Ufficiale di Polizia Giudiziaria: vuol dire che il soggetto che riveste tale qualifica è in grado di dare “ufficialità” all’atto che esso forma che, consequenzialmente, assume una veste ufficiale.

 

A prima vista sembra una precisazione inutile e leziosa, poiché tale definizione dovrebbe (uso il condizionale appositamente) essere patrimonio comune e condiviso; la realtà delle cose, purtroppo, è assai diversa, giacché da parte di taluni Responsabili di Servizi o di esponenti politici, anche di primo piano, si confonde, o almeno così traspare da alcuni loro scritti e/o interventi pubblici e dalle note a me pervenute, il significato della qualifica, cui sono attribuiti i significati più disparati.

 

Secondo taluni, ad esempio, la qualifica di “ufficiale” è riservata solamente a determinate figure professionali, ovvero quelle a livello dirigenziale (come se si trattasse di un grado delle Forze Armate!), mentre per tal altri la qualifica di U.P.G. finirebbe per distogliere i Tecnici della Prevenzione dai compiti di istituto, soprattutto quelli squisitamente rivolti alla prevenzione, poiché renderebbe impossibile una programmazione degli interventi preventivi e, consequenzialmente, la qualifica di U.P.G. non dovrebbe essere attribuita ai Tecnici della Prevenzione (secondo i propugnatori di quest’ultima teoria, i Tecnici della Prevenzione, nei casi in cui si trovassero di fronte ad un comportamento penalmente perseguibile, oppure rilevassero violazioni sanzionate in via amministrativa, dovrebbero richiedere l’intervento di Agenti o Ufficiali di Polizia Giudiziaria dipendenti di altre Amministrazioni per procedere in merito! Concedetemi di astenermi dall’aggiungere commento alcuno in proposito!).

 

Sono posizioni che, a mio sommesso avviso, sono destituite di fondamento alcuno e rispondono a logiche che con situazioni riconducibili in un ambito giuridico hanno poco o nulla a che vedere, ma che, purtroppo, ciclicamente continuano a trovare albergo in disparate realtà.

 

Vediamo, prima di tutto, cosa prevede la normativa

 

L’art. 57 C.P.P. stabilisce che:

“Fatte salve le disposizioni delle leggi speciali, sono ufficiali di polizia giudiziaria:

(omissis)

(omissis)

(omissis)

Sono agenti di polizia giudiziaria

(omissis)

(omissis)

 

Sono altresì ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria, nei limiti del servizio cui sono destinati e secondo le rispettive attribuzioni, le persone alle quali le leggi e i regolamenti attribuiscono le funzioni previste dall’art. 55.”

 

È contenuta nel terzo comma dell’art. 57 la disposizione che attribuisce ai Tecnici della Prevenzione, la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria, poiché il 2° comma dell’art. 1, D. Leg.vo 58/97 espressamente prevede che “Il tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, operante nei servizi con compiti ispettivi e di vigilanza è, nei limiti delle proprie attribuzioni, ufficiale di polizia giudiziaria; (Omissis)”

 

Dalla lettura combinata delle succitate disposizioni discende quanto segue:

 

solamente i soggetti di cui alle lettere a), b) e c) del 1° comma dell’art. 57 C.P.P. hanno connaturato, in modo inscindibile, la qualifica di U.P.G. nella qualifica che essi rivestono. Per spiegarmi: un Ufficiale dell’Arma, ad es., non può non essere Ufficiale di Polizia Giudiziaria, non essendo, in alcun modo, possibile scindere le due qualifiche poiché il possesso del grado di Ufficiale, sia inferiore sia superiore (esclusi quindi gli Ufficiali Generali) comporta, automaticamente ed inscindibilmente, l’attribuzione della qualifica di U.P.G.;

 

il soggetti di cui al 1° comma, inoltre, essendo sempre in servizio durante tutto l’arco della giornata, rivestono sempre anche la qualifica di U.P.G.;

 

diverso invece il discorso per il Tecnico della Prevenzione, cui la qualifica è attribuita con alcune limitazioni, prima fra tutte la “temporaneità giornaliera” della qualifica stessa, rivestita solamente durante l’espletamento dell’attività propria del Servizio cui è assegnato. Questo vuol dire, prima di tutto, che una volta “stimbrato il cartellino”, si ritorna ad essere semplici cittadini per riassumere la qualifica di U.P.G. al momento dell’entrata in servizio, sia in occasione del normale orario di lavoro sia quando si presta la propria opera in regime di pronta disponibilità o reperibilità, ovvero durante le ore di lavoro straordinario;

 

il Tecnico della Prevenzione, al contrario delle figure di cui al 1° comma dell’art. 57 C.P.P., non ha connaturato, nella propria figura professionale, la qualifica di U.P.G., in modo inscindibile, poiché, per poter essere anche U.P.G., il Tecnico della Prevenzione deve:

 

operare nei Servizi;

svolgere compiti ispettivi e di vigilanza;

 

da quanto sopra si evince che vi sono (rectiuts: potrebbero esservi) dei casi in cui la qualifica di U.P.G. non è dovuta al Tecnico della Prevenzione; sono, come è ben intuibile, casi limite che, proprio perché sono eccezionali, non possono, né debbono, assurgere a regola; mi riferisco alla possibilità che un Tecnico della Prevenzione operante nei servizi, per motivi vari che non starò ad elencare, non svolga attività alcuna legata a compiti ispettivi e di vigilanza, così come espressamente indicato da 2° comma dell’art. 1, D. Leg.vo 58/97. in questo caso sia la qualifica sia l’indennità non sono dovute al Tecnico della Prevenzione che si trovi in tale situazione;

 

 

in altre parole non può essere l’Azienda a decidere, discrezionalmente, se un Tecnico della Prevenzione addetto a compiti ispettivi e di vigilanza possa, o meno, avere la qualifica di U.P.G.: se il soggetto è stato assunto ed inquadrato quale Tecnico della Prevenzione e svolge tali compiti DEVE avere la qualifica di U.P.G. e la relativa indennità economica;

 

la possibilità che un Tecnico della Prevenzione possa operare nei Servizi del Servizio Sanitario Nazionale anche senza compiti ispettivi e di vigilanza, traspare dal D. Leg.vo 58/97, che espressamente pone, come ho già avuto modo di sottolineare, due condizioni propedeutiche al possesso della qualifica, fra le quali è stata espressamente inserito lo svolgimento di compiti ispettivi e di vigilanza;

 

l’aver inserito tale condizione indica non solo che non tutti i Tecnici della Prevenzione debbano necessariamente svolgere tali compiti ma anche, al tempo stesso, che a coloro ai quali siano affidati siffatti compiti spetta la qualifica di U.P.G.;

 

per spiegare cosa intendo con “…che non tutti i Tecnici della Prevenzione debbano necessariamente svolgere tali compiti …” cito i casi a me noti di alcuni Colleghi che hanno chiesto ed ottenuto di essere trasferiti temporaneamente ad altri Servizi; i Servizi cui sono stati assegnati non annoverano, fra le funzioni loro proprie, compiti ispettivi e di vigilanza: in questi casi, pur mantenendo la qualifica di Tecnico della Prevenzione, gli interessati svolgono tutt’altre mansioni ed hanno perso (sempre temporaneamente) le varie indennità proprie della qualifica, fra cui l’indennità di U.P.G.;

 

da parte di taluni è stata avanzata l’ipotesi che sia sufficiente la qualifica di “pubblico ufficiale” per poter svolgere le funzioni proprie di un Tecnico della Prevenzione: tesi che non esito a definire quantomeno bizzarra. A costoro non ho null’altro da consigliare che la lettura degli artt. 357 ss. Codice Penale: si dovrebbero accorgere da loro stessi quanto sia improponibile siffatta tesi, talmente tanto al punto da non doversi neppure commentare.

 

Detto quanto sopra resta da affrontare il problema del mancato riconoscimento, o peggio la revoca, della qualifica di U.P.G. e della relativa indennità.

 

Agire da soli non solo è, quasi sempre, piuttosto complesso e difficile, ma anzi controproducente nella stragrande maggioranza dei casi, per cui, a mio modo di vedere, è sempre meglio agire in modo coordinato con altri Colleghi, appoggiarsi alle Organizzazioni Sindacali, chiedere la tutela da parte della competente Autorità Giudiziaria (Amministrativa o del Lavoro soprattutto); in ogni caso non accontentarsi di risposte orali e/o evasive, ma pretendere spiegazioni chiare e fornite per iscritto.

 

Pongo alla vostra attenzione anche un altro aspetto del problema, costituito dalla possibilità di intentare una causa per “mobbing”. Come voi saprete, nelle cause intentate per presunto “mobbing”, il soggetto che si sente “mobbizzato” deve provare che il comportamento posto in essere nei suoi confronti si possa effettivamente configurare quale “mobbing”.

 

Molto più praticabile è la strada del Giudice del Lavoro; recentemente la Cassazione Civile ha dato ragione ad un Collega che lamentava la mancata attribuzione della qualifica e della corresponsione della relativa indennità (ho richiesto copia della sentenza per poter meglio valutare la portata della stessa).

 

È appena il caso di ribadire, come i Giudici della Corte di Cassazione hanno ben evidenziato, che un’Amministrazione Pubblica non può “limitarsi” a togliere l’indennità di Polizia Giudiziaria ad un Tecnico della prevenzione senza adottare un atto formale; in altre parole la decisione di non corrispondere più gli emolumenti deve constare da un apposito atto amministrativo, in cui siano ben evidenziati i motivi e le motivazioni che hanno spinto l’Amministrazione ad emetterlo e non derivare da una semplice decisione comunicata oralmente (magari “nei corridoi”) al diretto interessato oppure desunta dal mancato inserimento della relativa voce nel cosiddetto “cedolino dello stipendio”.

 

Non mi dilungo oltre, spero di essere stato sufficientemente chiaro e di aver risposto esaurientemente alle molte richieste che mi sono pervenute; se così non fosse oltre a scusarmi con gli interessati, resto a disposizione per ogni eventuale chiarimento, (anche telefonico).

 

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Presentazione dell'Ufficio e possesso qualifica U.P.G.

Cari Colleghi, desidero innanzi tutto presentarmi: mi chiamo Carlo Oriani, sono Tecnico della Prevenzione – Ispettore Micologo (con più di 20 anni d’anzianità),  addetto al Servizio Igiene Pubblica del Distretto di Fidenza, Azienda USL di Parma, Segretario Provinciale della nostra Unione e sono fresco di Laurea in Scienze Politiche, Indirizzo Amministrativo (vecchio ordinamento).

In occasione della seconda riunione della neoeletta Segreteria Nazionale (svoltasi a Parma il 30 ottobre u. s.), ho ricevuto l’incarico di collaborare con il Segretario Generale, quale Consulente per le problematiche giuridiche e tecniche: inizio (ufficialmente) la mia attività rispondendo, sul nostro sito, al quesito che alcuni Colleghi mi hanno posto circa il possesso, o meno, della qualifica di U.P.G..

          Da più parti, in effetti, si cerca di ridimensionare, in tutti i modi, l’enorme portata innovatrice del D. M. 17 gennaio 1997, n 58 e nemmeno la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria che, al di là d'ogni ragionevole dubbio, attualmente deriva "ope legis" dal D. M. 58/97 stesso (precisamente all'art. 1, comma 2), è restata “immune” da interpretazioni le più disparate possibili.

Riguardo a quest'ultimo aspetto occorre essere chiari e sgombrare il campo da qualsiasi interpretazione fuorviante in merito. L’art. 57 C.P.P. identifica chiaramente due diverse figure di U.P.G.: una con competenze che possono essere definite di portata generale ed un'altra che conosce il "… limite del servizio cui sono destinate e secondo le rispettive attribuzioni …", identificando, nel contempo in questa fattispecie "… le persone alle quali le leggi ed i regolamenti attribuiscono le funzioni previste dall'art. 55." e, consequenzialmente, il regolamento di cui al Decreto Ministeriale n 58/97 va letto, interpretato e coordinato proprio in relazione all'art.57, comma 3 del Codice di Procedura Penale.

         È nell'ambito di questa seconda figura di U.P.G. che si collocano i Tecnici della Prevenzione, poiché è il D. M. 58/97 (atto avente forza di legge) che attribuisce tale qualifica, non rilevando, in proposito, l'Autorità che, in forza di altre norme, è deputata all'adozione degli atti certificativi della qualifica di U.P.G. ed al rilascio della relativa tessera di riconoscimento.

In altre parole non è "più" U.P.G. (o, peggio ancora, “esclusivamente” U.P.G.) il Tecnico della Prevenzione di nomina Prefettizia ex D.P.R. 24.07.1977, n 616 (che, si sottolinea, costituisce una vera e propria eccezione alla regola generale) rispetto a chi tale qualifica ha ottenuto, ad es., dal Direttore Generale dell'Azienda USL, poiché, come detto poc’anzi, è la Legge che conferisce la qualifica di U.P.G., mentre all'Organo preposto alla “nomina” spetta il compito di accertare prima e certificare poi la sussistenza, in capo al diretto interessato, dei requisiti previsti dalla normativa.

Una “amenità”: taluni sostengono che la qualifica di “Ufficiale” debba essere di stretta pertinenza del Responsabile del Servizio o, al massimo di altro personale Medico, poiché è a loro demandata la responsabilità della valutazione complessiva di una data situazione; come ho detto si tratta di una vera e propria “amenità” che non ha né costrutto né fondamento alcuno e, francamente, non riesco a comprendere da dove possa esse sortita, per cui tralascio, in questa occasione, qualsiasi considerazione in merito.

Detto questo occorre aggiungere che è sbagliato e fuorviante ritenere che il passaggio più importante del D. M. 58/97 coincida con l'assegnazione della qualifica di U.P.G., poiché le funzioni di U.P.G., pur importantissime (anche sotto il profilo economico, poiché ci è riconosciuta una specifica indennità), devono essere considerate per quello che sono, ovvero un completamento delle funzioni e delle attività che si collocano a monte, costituendone le premesse, delle competenze e dell'attività di U.P.G. del Tecnico della Prevenzione.

L'attività di Polizia Giudiziaria, nella stragrande maggioranza dei casi, si inserisce, infatti, nel contesto del normale svolgimento dell'attività di vigilanza ed ispezione ed è posta in essere qualora sia costatata l’avvenuta violazione di una norma, amministrativa o penale, oppure a fronte di situazioni che presentano fattori di rischio per la salute e/o per l’ambiente; in altre parole le funzioni correlate alla qualifica di U.P.G. vengono esercitate solamente in presenza di situazioni che sono già in essere ed alle quali occorre, senza indugio, porre “il rimedio” previsto dalla normativa, soprattutto per impedire che si verifichino ulteriori e/o più gravi conseguenze.

In questi casi è proprio il possesso della qualifica di U.P.G. che permette al Tecnico della Prevenzione di portare a compimento l'attività da lui intrapresa senza dover "ricorrere" ad altre figure professionali, magari dipendenti di altre Amministrazioni; non sfuggirà certamente a nessuno l’importanza che in questi casi riveste la tempestività delle azioni da adottare per la tutela della salute pubblica e/o della tutela dell’ambiente (attività di prevenzione esplicata mediante azione di repressione).

             Molto importanti sono invece le funzioni, con il correlato potere, di Vigilanza ed Ispezione, che sono riconosciute al Tecnico della Prevenzione; poteri che, uniti alla possibilità di effettuare valutazioni igienico-sanitarie di cui al D. M. 58/97, ci rendono particolarmente incisivi nell’espletamento delle nostre funzioni.

             Per questo primo intervento mi fermo qui, aspetto vostre e-mail e, nel limite delle mie conoscenze, vedrò di rispondere al meglio; nel frattempo vi annuncio che, quanto prima, saranno pubblicati sul sito alcuni fac-simili di verbali per le sanzioni amministrative, di cui uno per le mancate vaccinazioni obbligatorie dei minori.

             A tutti voi buon lavoro.

 

 

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